DIARIO DI VIAGGI
1. Appunti di un post-viaggio del 2000
(come andare in Africa e non
"rientrare" mai)
Stanotte ho sognato l'Africa del Sud.
Veramente
mi è capitato ogni notte e per un mese intero dopo essere rientrato in Europa a
fine agosto. Al ritorno ho compiuto un itinerario nel nord Europa, tra
Amsterdam, Bruxelles, Lussemburgo e Germania ma ho continuato a sognare. Quasi di continuo il Figlio ha sognato la Madre. Non è
malattia perché le malattie non fanno star bene. Mi manca e basta. Come in un
sano amore. Non mi manca energia anzi l'idea di tornarvi mi consente di
lavorare, nutrirmi, tollerare, godere, gustare, muovermi e star fermo quasi
avessi fatto un corso di addestramento psicofisico. alla re-identità.
Torniamo alla "materia di cui son fatti i
sogni" - direbbe Shakespeare.
Può
essere un sogno brevissimo, quasi un flash, tipo istantanea fotografica: per
esempio mi appare un baobab enorme come quello chiamato "Grande
Albero" e contemplato al villaggio di Vic Falls. Dicono che quel baobab
o mowana (in lingua locale) abbia milleseicento anni. Me lo immagino
circondato dai bushmen: i
boscimani San, le popolazioni che vi danzavano attorno, erano
le incontrastate padrone prima che calassero dal centrafrica (tra il 300 e 700
d.C.) i neri di lingua bantu.
Può
essere un sogno classico e completo.
Per
anni, soprattutto da ragazzo, ho sognato l'Africa di giorno, ad occhi
aperti, in quegli infrequenti ma significativi
momenti in cui si vuole evadere dalla pressione quotidiana che si va facendo
acutamente insopportabile o non gratificante. Sono cresciuto al ritmo dei
filmati della Enciclopedia Britannica come oggi
i ragazzi crescono a colpi di nutella e telefonini. Ho imparato a filmare e
fotografare già a dodici anni per poter un giorno fotografare animali liberi.
Allo zoo di Roma - negli anni sessanta - mi feci sbavare da una giraffa che mi
sovrastava dalla alta rete perché rapito dalla
elegante postura. La mia famiglia ha sempre poi avuto a che fare con l'Africa:
uno zio di mia madre si sposò in Egitto al tempo dei lavori del Canale di Suez;
un mio fratello ha lavorato per anni in Libia; mio
padre vi ha soggiornato dal 1936 al 1946, tra ex-Africa italiana e Kenia; sua
sorella e suo fratello minori hanno lavorato in Nigeria negli anni sessanta;
ecc. Ricordo ancora il profumo intenso di una banana "vera" che mia
zia tirò fuori dal borsone e mi offrì, appena scesa allo scalo di Ciampino, a
Roma: a nove anni, quel frutto - che lei avrebbe anche scartato perché troppo
maturo - aveva un odore di tale intensità che la proporzione tra quella banana
ed una banana comperata in Italia era quella che corre tra l'amore ed una
semplice attrazione. Ed io avrei voluto
"stare" con i geki grandi che dalla parete di casa, a Lagos,
spaventavano la zia e che contemplavo nelle diapositive più degli umani
rappresentati. Mi chiedevo perché gli zii non approfittassero mai per andare in
escursione nelle foreste pluviali e si limitassero a mirarne i bordi.
Personalmente non mi piacciono i bordi. Quando ho
messo piede la prima volta in Africa, in Tunisia, avevo venti anni e lì - un
Annibale al contrario - giurai che ci sarei tornato.
Successe
un fatto al lavoro. Proprio due anni fa, da adulto maturo, durante una riunione
di lavoro più stupida e stressante che mai. Mi fu
subito chiaro che stavo per esplodere davanti a tutti,
colmo di insostenibile disgusto. Micidiale è la mistura di noia e forte
irritazione che ci prendono talora dinanzi alla passività e resistenza altrui:
soprattutto quando gli eventi incalzano e quando questi ultimi sono di vitale
importanza per la sopravvivenza del lavoro stesso. Questo forse fa la
differenza tra gli uomini: c'è chi è Ulisse e chi rimane Telemaco o Penelope.
Proprio allora, dunque, per non esplodere, mi presi subito mentalmente cura di
quella parte gemente in me che era lì lì per
fuoriuscire ed invadere la stanza di lavoro e che sarebbe stata paradossalmente
considerata "folle". Cercai di tranquillizzarmi parlandomi
mentalmente:
E fu lì, in quella mastodontica
sala di riunioni dirigenziali che quella parte sussurrò:
E
mi sono inchiavicato con una promessa bella grossa ed ogni promessa
è debito (anche verso se stessi). Sono così andato in Africa australe,
per neanche un mese.
Prima
sognavo da ragazzino l'Africa con la fantasia. Ora che ho visitato nella realtà
della veglia alcuni angoli remoti del Continente Nero, il ritmo si è invertito
e sogno l'Africa di notte. Una bella inversione. Ma è giusto sognare di notte.
Un
bellissimo sogno (notturno) è stato questo.
Sono
in una situazione critica che ricorda un naufragio avvenuto da poco. Non più
tempeste di mare e cielo. Non vedo segni di naufragio sulla battigia di quella
terra per me esotica ma so che sono scampato ad un rischio di vita. Una specie di isola, assai grande deve essere quella che calpesto con
piede sempre più sicuro (dopo gli iniziali squilibri).
Ripensandoci
l'isola del sogno mi ricorda da sveglio la zona insulare
formata dal fiume africano Chobe, affluente dello Zambesi, nel suo tratto tra
Botswana e Zambia, così come l'ho osservata da un natante partito da
Kasane. Lo Zambesi è il grande fiume che forma le
cascate Vittoria e più ad est il Lago artificiale di Kariba. La diga di Kariba
è stata costruita dagli italiani negli anni cinquanta ma il lavoro fu funestato da incidenti luttuosi perché - dicevano i
locali - il dio Nyami-Nyami, nume tutelare dello Zambesi (collega del dio
Tevere) si era alquanto arrabbiato per l'affronto operato dagli umani. Tutta
l'area è bellissima dal punto di vista della fauna e flora ma al piccolo Chobe
è legata una riserva naturale che non demerita neanche rispetto al paradisiaco
delta dell'Okavango. Chobe e Okavango, in Botswana sono tra i posti più
pulsanti di vita della intera Africa. L'Okavango è
ancora più poetico in quanto è fiume che non vedrà mai un mare e muore in pieno
deserto allargandosi in un delta abortito che è grande quanto l'Irlanda.
Sogno una bella area di verde alternato ad
arena, un bush arricchito da piogge più generose
del solito.
Uno sguardo quasi dall'alto di un barcone, eppure sono a piedi. Come mai
sono così alto e sicuro di me? sono più alto di un
giocatore di pallacanestro. Avanti a me si aprono tratti di foresta fluviale
con tronchi lambiti o semisommersi dalle acque tranquille (dolci?), in mezzo bush
verde ed indietro sullo sfondo una cornice subcontinua di acacie.
Ci sono animali anche dove non ne vedo. Anche
predatori. Ma non ho paura, solo qualche timore
guerriero.
Sì,
di quegli animali fieri di essere africani, che
sembrano indolenti sino a quando non li ammiri in azione subitanea. Folgori di
nervi e muscoli. Rocce di carne e ossa che si animano
all'improvviso e che scattano spezzando il profilo della terra che stai
sorvolando con il binocolo. I coccodrilli del nilo. Sottomarini
che emergono dalla terra per predare il cibo quotidiano.
L'animale era lì, qualche secondo prima e non si
distingueva da sassi ed arbusti, da fango e infiorescenze. Ora sta qui,
eretto ed imponente, con un altro animale (non sempre più piccolo) tra le zanne
ed il predato si divincola, talora riesce a scampare, più spesso non si agita
più dopo alcuni minuti di agonia... Una storia che
colpisce ancora lo spettatore umano che dovrebbe esservi abituato da milioni di
anni. Crudeltà? Non so. Una volta ho visto in documentario due aquile
pescatrici contendersi un fenicottero ferito da una sola di loro: tra i due litiganti il trampoliere riuscì ad allontanarsi in una
livrea rosa e rosso sangue, inscenando una danza macabra e grottesca sulle
zampe longilinee e malferme. Mi hanno raccontato di un bufalo isolato dalla
mandria ed attaccato dai leoni che era riuscito a trarsi
temporaneamente in salvo lungo la riva del fiume: durò una decina di ore il suo
andirivieni dalla riva e verso la riva, in una terra di nessuno tra potenze
spietate, stretto dai pazienti felini da un lato e dai sonnacchiosi coccodrilli
dall'altra. Ore di speranza frustrata perché comunque
il suo destino era oramai segnato. Il bufalo stremato ad un tratto decise:
meglio una morte più nobile e soccombere da mammifero - in una contesa tra
mammiferi - e così lui, che tante volte aveva nuotato sicuro nel fiume scurito
dalla possente mandria nera, ritenne di andare incontro ai leoni, come un eroe
greco che nel momento della imminente morte fissasse
negli occhi i persiani. Qualcuno si ostina a dire di no ma in effetti "la
natura ha i denti sporchi di sangue", come scrisse Darwin. Non è cattiva,
non è buona, perché non è etica. E' natura e basta e preesisteva
alla nascita della morale "genitoriale" ed etica "adulta".
Acque
marine lambiscono la riva, dietro di me, da dove sono arrivato in quell'eden.
Ora sono tranquille quelle acque, quasi degne di un villaggio turistico alla
moda. Senza gente.
Non
avevo paura delle fiere che si aggiravano sicuramente intorno annusando
presenza umana. I leoni odiano il lezzo umano così diverso dallo sterco di elefante: figuriamoci il lezzo dell'uomo moderno. Alcuni
turisti si intestardiscono a mettere il dopo-barba o
profumi anche nella savana, divenendo riconoscibili a miglia.
Avevo esperienza di posti simili: il problema vero non erano le fiere
bensì la mancanza di un rifugio. Dovevo costruirmi con sassi e rami ricchi di
foglie e spine un sicuro ricovero e l'idea mi piaceva.
Mi
sentivo un novello Robinson Crusoe (giuro che, all'epoca del sogno, non avevo
ancora visto Cast away con Tom Hanks).
Mentre
costruisco il riparo mi accorgo che mi manca una cosa per essere completamente
felice: voglio con me un bambino (nero?) da adottare ed allevare sin da
piccolo; una specie di Venerdì quasi lattante che non sarà schiavo che della
bellezza. Sì un bambino, non un lattante, magari più grande con il quale dividere esperienze antiche e
nuove, cui insegnare l'italiano.
Sì
gli insegnerei l'italiano, gli comunicherei le mie
esperienze. Quel ragazzo "africanizzato" nella realtà sembra mio
figlio. Dunque, anche nel sogno non vorrei mai
rinunciare alla mia "italianità". Questo mi autorizza a pensare che
non fuggo da nulla con l'Africa: è solo un ritorno alle origini di me-uomo. Sono
fortunato ad essere un "europeo di nazionalità europea" ma accetto
meno le indubbie responsabilità storiche che ci derivano dall'essere
discendenti di chi ha colonizzato con onnipotenza e senza scrupoli di
sorta: noi allora, nel 1800, "scoprivamo" (credendo di essere primi)
quegli scenari che esistevano da sempre e con spocchiosa spavalderia
battezzavamo con nuovi nomi quel che gli indigeni da sempre chiamavano in altro
modo. Quanti di noi confondono per esempio il Lago Vittoria con le Cascate
Vittoria? In onore della regina puritana si intitolavano
con lo stesso nome luoghi geograficamente lontani e dissimili. Le cascate Vittoria
si sarebbero almeno dovute chiamare Livingstone
dal nome del loro "scopritore", invece no, ebbero il nome di una
regina, come in Italia la pizza "margherita". Non era più poetico il
nome dato dagli indigeni? Mosi-Oa-Tunya (vedi foto dall'elicottero)
in lingua Kololo significa "Fumo che tuona" ed è vero che gli
spruzzi vaporizzati di queste cataratte sono talora visibili a
ottanta chilometri (nella stagione umida) ed il rumore può udirsi ad una
quarantina di chilometri. Un Fumo che tuona, dunque.
Il bianco
continuava a scoprire cose che alle altre razze erano già note e con caparbia
onnipotenza il demiurgo mutava nomi di luoghi riveriti da tempo immemorabile
perché tutto fosse a "sua" immagine e somiglianza. Così oggi, nella
globalizzazione di informazione e mercati (ma non di
risorse fruibili da tutti), se entri in un ipermercato non sai se ti trovi a
New York, a Barcellona o a Montreal. Il bianco aveva già "scoperto"
le Americhe, portando polvere da sparo, morbillo, e bibbia: ora gli mancava
l'Africa ed è stato bravo a distruggere il Continente nero in un secolo. In un
solo secolo.
IL GRANDE ALBERO
La
strada ha un manto di asfalto alquanto approssimativo
e si chiama Zambesi Drive. Si allontana dal centro del villaggio di
Victoria Falls, snodandosi per alcuni chilometri lungo la riva destra del fiume
Zambesi. Cartelli avvisano che procedere a piedi, verso il big tree
(nostra meta) può comportare l'incontro con animali selvatici.
Siamo in quattro e decidiamo di spingerci oltre perché tutti sentiamo
nelle gambe i segni di ore di viaggio in aereo e corriera. Il sole è ancora
alto sull'orizzonte (mancano più di due ore al tramonto), eppoi che paura c'è?
Il nastro di asfalto pare rassicurarci sulla
persistenza della civiltà urbana. Incontriamo quasi subito escrementi di elefanti abbastanza fresche e penso che non è come
impattare escrementi di mucca su una strada appenninica. Qui ci sono elefanti
in libertà da qualche parte, vicini. Questa è poi l'ora in cui i pachidermi
amano riunirsi presso e dentro l'acqua per ristorarsi e tornare ad indossare il
frac serale nerolucido che gli è proprio e che è stato mascherato durante il
giorno da abbondanti spruzzi di polvere e fango semisecco al fine di mitigare la invadenza dei parassiti e del calore atmosferico. Quando
gli elefanti allentano i propri sfinteri lo fanno con
poca parsimonia e spesso urinano sul colle di escrementi in maniera
caratteristica.
Il
Big Tree verso cui marciamo in silenzio rispettoso è un bao-bab (qui mowana)
che probabilmente conta più di un millennio di vita ed ha una circonferenza di
una trentina di metri.
Il
bao-bab è noto come l'albero capovolto secondo varie leggende. Nelle
credenze Khoi-san all'inizio dei tempi il Creatore diede ad ogni animale un
albero da piantare; quando arrivò il turno della iena tutti
gli alberi più belli erano terminati e ne rimaneva uno brutto tanto grosso
quanto alto e senza foglie. La iena si arrabbiò tantissimo e stizzita piantò
l'albero al contrario. Era il bao bab.
L'albero
è veramente maestoso ma è tardi si deve rientrare
prima che faccia buio.
Nel
procedere a piedi ci attraversa la strada una fila indiana di galline faraone
poi mi blocco perché sono a tu per tu con un facocero
, a non più di dieci metri da me, ad ore tre dalla mia posizione. Decidiamo di
ignorarci perché - entrambi - siamo animali impauriti. Non solleviamo il nostro
sguardo e ci allontaniamo con dignitosa fuga, con gli occhi alle spalle ( - mi
sta caricando? - mi chiedo). Il villaggio ed il tramonto si avvicinano: il
tempo per fare una foto sulla riva del fiume (- Ci sono coccodrilli qui? O le acque sono troppo mosse per i rettiloni? )
Quando comincio a ritenermi al sicuro
(le uniche armi di cui disponiamo sono fotocamere), si ferma un fuoristrada
enorme. Ci hanno visto a piedi ed ci avvisano: "dopo
la curva ci sono due grossi elefanti maschi", dicono in inglese.
Ringrazio e sto per gridare "Fatemi salire a bordo!" ma i sadici
ripartono con un delizioso "Bye, bye.". Maledico la passeggiata a
piedi: non siamo a Dublino qui e gli elefanti ci sono davvero e stanno giocando
con i rami di acacia. Mi sembrano brontosauri dalle
dimensioni. Che fare? Come fanno gli indigeni, penso,
e li ignoriamo sperando che anche loro lo facciano. Ci è
andata bene. Mai il villaggio mi è sembrato più bello, dopo la leggera salita.
PILGRIM'S
SKY
El silencio redondo de la noche
sobre el
pentagrama
del infinito
Il rotondo silenzio della notte
sul
pentagramma
dell'infinito
(Hora de estrellas, Ora
stellata - F.Garcia Lorca)
Il
cielo dell'emisfero australe ha orizzonti che percepisco profondi e irreali.
Come attraverso un obiettivo grandangolare di fotocamera. Sia
di giorno che di notte.
Di giorno il bush (anzi l'altopiano a
boscaglia, il bushveld) è sconfinato; dall'alto della rupe dove mi
ritrovo rapito a guardare un nuovo infinito, qui nel sud della riserva naturale
Kruger (Sud Africa), il bush ha il colore di una spiaggia dove l'arena
pur sgomitando vittoriosa sulla flora vinta non ha ancora realizzato il deserto
totale; ecco, il suolo non è desertico perché punteggiato da una costellazione
di punti e macchie di verde che vira verso il pallido. La
maggior parte di tali agglomerati verdi (c'è anche del grigio) rivelano di essere gruppi di acacie la cui ombra è stinta come il
tronco; qui è là fiammeggia il tronco di una acacia della febbre gialla. Di alcune macchie di vegetazione intisichita ti chiedi se
esse possono essere in lento movimento o se è il tuo cervello ad ingannarti
visto che riesce a cuocere anche sotto il sole invernale. No, non sono flora, al
binocolo ti accorgi che si tratta di gruppi di erbivori,
zebre di Bucchell, rari gnu, impala: fauna persa e dispersa nella
distesa di quel mondo che si incurva d'azzurro verso l'orizzonte, quasi ci
fosse un mare tra terra arsa e cielo terso. No, è solo una illusione
ottica di quelle africane descritte da Hemingway in True in the first light
(Vero all'alba): non è vero che quella è una spiaggia, non è vero che
quella è un mare (e infatti a ben guardare la linea dell'acqua scappa, si
allontana sempre di più sotto lo sguardo, non è nitida e scompare alla visione
veritiera del binocolo). Qui di acqua, nell'inverno,
ce n'è ancora una piccola riserva nei corpi di quegli organismi che sanno
sopravvivere alla siccità.
La
notte australe poi è un'altra cosa. La Croce del Sud attira primariamente lo
sguardo, quasi catturandolo. A malincuore ti dai il permesso di curiosare
intorno e fuori della Croce che indica il sud - mi viene in mente che è come
quando vedi un leone: c'è lui e basta. Allora e solo allora vedi il Resto: il
nero è trafitto da capocchie di spillo lucenti, fiabesche; il cielo paragonato
al nostro è assai favorito dalla trasparenza e sembra pullulare di luci come
una barriera corallina pullula di vita ad ogni livello di osservazione.
La prima volta che ho sollevato lo sguardo all'insù è
stato in una notte serena e fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori
d'oro a nord di Pretoria e Belfast, nel Gauteng, in prossimità della riserva
Kruger. Non un vuoto risucchiante di angoscia fetale
ma il sereno dondolìo di infinito, un gioioso albero di natale. I cercatori di oro che venivano a riposare qui in scenari simili a
quelli western del nordamerica erano chiamati "pellegrini" proprio
perché privi di residenza fissa ed il nome del paese ligneo che si adagia sulla
strada, Pilgrim's Rest significa "riposo del pellegrino."
Anche loro, mi immagino, dovevano alzare lo sguardo
all'oro del cielo quando smettevano di pensare ossessivamente all'oro della
terra: il momento degli inventari, delle paure e sogni onnipotenti è sempre la
notte, sovrana del riposo umano.
NOTTE
DI HAZIVIEW
Incredibile.
A soli cento passi dalla "civile" abitazione (un lodge), in
direzione dello specchio lacustre, mi sento diverso nel mentre sprofondo nel
buio.
Attraverso
un nugolo di zanzare (non le potevo vedere) e spero nella efficacia
della chemioprofilassi antimalarica.
Le
acacie spinose possono offendere il viso se incautamente cerchi di attraversare
ramuscoli a volto scoperto.
Mi
fermo e ascolto. Cresce il frastuono di vita che anima le acque di quel mondo. Linfa
quae facit laetas segetes fa lieta non solo i campi ma qualunque cosa abbia radici, si muova, strisci, voli e finisca per morire
nella vendetta della rinascita attraverso la propria specie.
Un
incalzare e coprirsi reciproco di voci notturne per lo
più sconosciute, quasi che anche le sonorità condividano il destino di lotta
tra specie diverse. Ascolto.
Ecco:
ora predomina il cra-cra metallico di un anfibio anuro (un rospo in
amore?), ora colgo dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli? sono anfibi anch'essi?). Inutile. Quando
stai per concentrare e selezionare la sorgente sonora, essa soccombe ad una
nuova e ricominci daccapo. E se quella cosa che
sembra un fremito fosse un leopardo in avvicinamento?
Di
notte il continente nero si prende ogni rivincita e la sicumera bianca diviene
paura. Sale la paura, come una marea di lento orrore, sale dalle scarpe
affondate nella soffice erba o urtate dalla roccia. Beninteso, le scarpe non le
vedi più, la vista non percepisce oltre le proprie
ginocchia e sei costretto ad acuire le sensazioni tattili, magari accavallando
le dita per sentire le estremità. Sale la paura di essere
solo, alla mercé di tanti fantasmi che sai essere vicini e ti blocchi nel
respiro perché anche il rumore dei tuoi polmoni ostacola l'ascolto
dell'ambiente esterno. Ancora un rumore, uno scricchiolìo...E questo? la passeggiata frusciante di un pitone che lascia la tana
per la caccia notturna...?
Peccato che gli uomini non abbiano naturalmente una
visione agli infrarossi. La tensione è tale che non scappi: dolce,
selvatica, a trecentosessanta gradi. E vivi, eccitato, in
attesa del nuovo segno di vita (o di morte) da cogliere nella folla di urli,
risate, gracchiamenti e gracidii e tra onde di fogliame che si frangono sulla
fragilità di essere solo.
Dio
mio, qui è vero che non hai scelta: o ti senti parte del Tutto o ti senti
escluso e minacciato da Tutto.
Mi
dico di non vergognarmi se ho anche voglia di scappare. E' da coraggiosi avere
una sana paura. E decido di rimanere per mezzora fermo
come una acacia tra le acacie. Ora capisco perché Hemingway talora uscisse da solo, di notte, nella savana, armato solo di
lancia: la ineffabile ambiguità di essere contemporaneamente predatore e
predato.
Ma io ora torno perché non mi va di
sfidare la fortuna. Di essere ancora vivo.
TRAMONTI
Pregate
la vostra buona sorte che non vi capiti un tramonto di quelli da moglie di Loth
perché altrimenti rimarrete impietriti come il personaggio biblico già nei
primi giorni di permanenza in Africa. Se si chiama sindrome
di Stendhal quella che vi può capitare di beccarvi dinanzi ad un manufatto
artistico dell'uomo, si può chiamare sindrome della moglie di Loth
quella che capita dinanzi ad uno spettacolo naturale (un mistico direbbe "manufatto
di dio"). A me è capitato di ammalarmi calato in un tramonto sullo
Zambesi, nel tratto lento e nobile che precede le cataratte di Victoria Falls,
tra Zimbabwe e Zambia: ci si pietrifica dappertutto fuorché negli occhi che
continuano a volteggiare qui e là nella spasmodica ricerca di particolari
cromatici da indirizzare sulla retina in tripudio. Alcune percezioni mi sono
sembrate psichedeliche tra le isole di Lwanda (Long island) e Kalunda.
E
come esprimere il tramonto trionfale sul Chobe, nel
Botswana?
Il sole che cade velocemente, il nostro barcone
silente (a motori spenti) tra istmi di terra bruna inframezzati da acqua
rilassata. Sulla superficie riflettente, con lo sfondo di un
gruppo di elefanti neri e lucidi al bagno (due
adolescenti giocano a spingersi di testa), due becchi a forbice volano radenti
il pelo rosa e nero dell'acqua raccogliendo larve di insetti e disegnando con
il becco parti di ellissi; si inseguono (sono una coppia) i due uccelli e
creano un movimento artistico sulla tela dell'acqua: immagini speculari di ali
che si combinano a quei cerchi di acqua smossa, pennellate impressionistiche di
grande estro, come neanche a Claude Monet è riuscito di carpire alla natura. Se
non fosse per il caldo le piroette dei volatili mi
ricorderebbero quelle di una coppia di innamorati visti sulla pista di ghiaccio
del Rockfeller Centre di NYC. Nella incertezza della
luce calante ho fatto in tempo a cogliere un paio di ippopotami che elargivano
una apparenza di rotonda passività. Quando nel campo percettivo (di luci e
suoni) sono entrati degli impala fruscianti di eleganza,
il quadro è divenuto completo. Non era comunque opera
umana. La firma era di un dio.

Sogno africano (vers. lunga)
Il bushveld.
Dall'alto della rupe e dell'osservatorio, dopo il primo smarrito respiro
dinanzi alla vastità, mi decido e getto
lo sguardo verso l' altopiano che si apre e srotola
boscaglie rade. Ho creduto che lo sguardo obbedisse e tornasse a me. Come un
uccello ben addestrato. O una sonda esplorativa che si lancia
fuori bordo della nave che va per spazi marini o siderali. Ma lo sguardo più e più volte lanciato non torna più
all'Arca. Non si torna dall'infinito. Da qui il Kruger, nel secco inverno sudafricano, ha il colore di una spiaggia che rincorre un
oceano che fugge più veloce dell'inseguitore ma non avrà mai l'ordine sublime
del deserto. L'arena, pur avanzando e soffocando la flora esausta, sfinita dal
vento, dalle trombe d'aria e dalla siccità, sa di non aver vinto; e, la memoria
delle stagioni e dei vivi tramanda che piogge
arriveranno a dissetare chi ha saputo resistere: e i mantelli vegetali e
animali si scuriranno di nuovo rigogliosi e forti. Vedo.
Sotto di me una costellazione di colori e macchie ondulate vira verso il pallido. Famiglie di acacie hanno
persino l'ombra che è stinta quanto il
tronco; qui e là fiammeggia di maggiore vita la corteccia rosicchiata di una
acacia della febbre gialla (così le chiamavano i boeri ritenendo che
cagionassero il paludismo). Ci sono lì altre macchie di un cromatismo
intisichito: ti chiedi se esse sono
calate in un miraggio di lento movimento o se è il tuo cervello ad ingannarti visto che il sole invernale non scherza in quanto a calore.
E' vegetazione? No, il binocolo mostra che si tratta di gruppi di erbivori, zebre di Burchell, rari gnu, impala resi immobili dalla distanza:
fauna persa e dispersa in quel mondo che
si incurva virando d' azzurro verso l'orizzonte, quasi a disegnare un mare tra
terra arsa e cielo terso. No, è solo una illusione
ottica. Di quelle africane.
Diverso è a nord, nel territorio tra il fiume Zambesi e il
suo affluente Chobe, tra Zimbabwe e Botswana. Ci arriviamo dopo giorni. Più
acqua, più animali.
Un ranger fissa il tramonto dal bordo del battello che ci
trascina tra le isole di Lwanda e Kalunda: in quel tratto pigro del fiume
Zambesi che non lascia presagire la furia delle Cascate Vittoria, alcune percezioni al tramonto mi sono
sembrate psichedeliche. Mi racconta di un bufalo isolato dalla mandria ed
attaccato dai leoni che era riuscito a trarsi
temporaneamente in salvo lungo la riva del fiume: durò una decina di ore il suo
andirivieni dalla riva e verso la riva, in una terra di nessuno tra potenze
spietate: era stretto dai pazienti felini da un lato e dai sonnacchiosi
coccodrilli dall'altra. Ore di speranza frustrata perché comunque
il suo destino era oramai segnato. Ed il bufalo
stremato ad un tratto decise: meglio una morte più nobile e soccombere da mammifero in una contesa tra mammiferi. E
così lui, che tante volte aveva guidato sicuro nel fiume la possente mandria
nera, ritenne di andare incontro ai leoni, come un eroe greco che nel momento della imminente morte fissasse negli occhi i persiani con
sguardo mai dominato. E' una mia impressione o non sono così gli animali del
resto del mondo? Qui gli animali sembrano tutti fieri, nella vittoria e nella
sconfitta; e tutti sembrano passivi, indolenti sino a quando non li ammiri
nell'atto predatorio o di fuga. II coccodrilli, per esempio: folgori di nervi e
muscoli in azione, rocce di carne e ossa nella attesa;
quando si animano all'improvviso e scattano spezzano il profilo della
superficie come fanno i sottomarini con i ghiacci. Un animale
(non sempre più piccolo) tra le zanne di un altro animale. Un sisma di
morte eppoi la immobilità impera di nuovo.
E' scesa la notte sul campo di tende. La Croce del Sud,
favorita dalla incontaminata atmosfera, è un segnale
ipnotico di luci. Solo dopo molto tempo ti accorgi del
Resto (del cielo): spilli lucenti trafiggono nero di fiaba. La prima volta che
ho sollevato lo sguardo all'insù è stato in una notte
serena e fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori d'oro a nord di Pretoria.
Comunque non conviene tenere troppo lo sguardo al
cielo, soprattutto di notte e in Africa.
Confondo due notti tra loro: ad
Haziview, in Sudafrica, e a Kasane, nel Botswana. Unica è stata la impressione di potenza e impotenza. A soli cento passi dal protettivo boma,
in direzione dello specchio d'acqua,
al di là di un nugolo di zanzare e acacie, sprofondo nel soffice buio.
Senza luna. Ascolto. Frastuono crescente. Percepisco cose che hanno radici, si
muovono, cantano, strisciano, volano. Voci notturne per lo più
sconosciute che incalzano e tendono a coprirsi vicendevolmente. Una lotta per
la sopravvivenza tra specie sonore
diverse. Ora predomina il cra-cra metallico di un rospo in
amore, ora cogli dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli?).
Inutile. Quando stai per concentrare e selezionare la
sorgente sonora, essa soccombe ad una nuova e ricominci daccapo. E se quella cosa che sembra un fremito asmatico fosse un
leopardo in avvicinamento? Se incroci un leopardo non
incrociarne lo sguardo, mi ripeto quel che ha raccomandato il ranger ma io di
certo non vedo nulla, lui sì. Di notte
il continente nero si prende ogni rivincita e la sicumera bianca è naufraga.
Sale la marea di lento orrore, sale dalle scarpe affondate nella soffice erba o
urtate dalla roccia. Non le vedi neanche le tue scarpe ed acuisci le sensazioni
tattili, magari accavallando le dita per sentire i piedi. Essere
alla mercé di tante presenze e bloccarsi nel respiro per non tradirsi ed
ascoltare. Ancora un rumore, uno scricchiolìo…E questo
cosa sarà? Vorrei essere un pitone che lascia sicuro la tana per la
caccia notturna. No, non scappi subito: dolce, selvatica, la coscienza si apre
a trecentosessanta gradi. E vivi, eccitato, in attesa
del nuovo segno di vita (o di morte?) da cogliere nella folla di urli, risate,
gracchiamenti e gracidii e tra onde di fogliame che si frangono sulla fragilità
di chi è solo. Qui è vero che non hai scelta: o ti senti parte del Tutto o ti
senti escluso e minacciato da Tutto. Ora capisco perché Hemingway talora uscisse
da solo, di notte, nella savana, armato solo di lancia: la ineffabile ambiguità
di essere contemporaneamente predatore e predato. Ma
io ora torno perché non mi va di sfidare la fortuna. Di essere
ancora vivo.
TRAMONTI
Pregate la vostra buona sorte che non vi capiti un tramonto
di quelli da moglie di Loth perché altrimenti rimarrete impietriti come il
personaggio biblico già nei primi giorni di permanenza in Africa. Se si chiama sindrome di Stendhal quella che vi può capitare
di beccarvi dinanzi ad un manufatto artistico dell'uomo, si può chiamare
sindrome della moglie di Loth quella che capita dinanzi ad uno spettacolo
naturale (un mistico direbbe "manufatto di dio"). A me è capitato di
ammalarmi calato in un tramonto sullo Zambesi, nel tratto lento e nobile che
precede le cataratte di Victoria Falls, tra Zimbabwe e Zambia: ci si pietrifica
dappertutto fuorché negli occhi che continuano a volteggiare qui e là nella
spasmodica ricerca di particolari cromatici da indirizzare sulla retina in
tripudio. E come esprimere il tramonto trionfale sul
Chobe, nel Botswana?
Il sole che cade velocemente, il
nostro barcone silente (a motori spenti) tra istmi di terra bruna inframezzati
da acqua rilassata. Sulla superficie riflettente, con lo sfondo di un gruppo di elefanti neri e lucidi al bagno (due adolescenti giocano
a spingersi di testa), due becchi a forbice volano radenti il pelo rosa e nero
dell'acqua raccogliendo larve di insetti e disegnando con il becco parti di
ellissi; si inseguono (sono una coppia) i due uccelli e creano un movimento
artistico sulla tela dell'acqua: immagini speculari di ali che si potrebbe
vedere capovolte si combinano a quei cerchi di acqua smossa, pennellate
impressionistiche di grande estro, come neanche a Claude Monet è riuscito di
carpire alla natura. Se non fosse per il caldo le piroette dei volatili mi ricorderebbero quelle di una coppia di
innamorati visti sulla pista di ghiaccio del
Rockfeller Centre di NYC. Nella incertezza
della luce calante ho fatto in tempo a cogliere un paio di ippopotami che
elargivano una apparenza di rotonda passività. Quando nel campo percettivo (di
luci e suoni) sono entrati degli impala fruscianti di eleganza,
il quadro è divenuto completo. Non era comunque opera
umana. La firma era di un dio.
Giorno africano (formato concorsuale)
GIORNO AFRICANO. Dall'alto della rupe, dopo il primo
smarrimento, mi decido e getto lo
sguardo verso il bushveld. L' altopiano
si apre e srotola boscaglie rade nel vuoto illimitato. Credevo che lo sguardo obbedisse
e tornasse a me, come un uccello ben addestrato o una sonda che si lancia in
esplorazione fuori bordo. Lo sguardo più e più volte lanciato
non torna all'Arca. Da qui il Kruger,
nell'inverno secco sudafricano,
ha il colore di una spiaggia senza fine ma non ha l'ordine sublime del
deserto. L'arena, pur irridendo sorniona la flora esausta, vinta dal vento e
dalla siccità, non ha ancora vinto; e, se ha memoria delle stagioni, sa che non
vincerà perché arriveranno le piogge a dissetare chi ha
resistito: mantelli vegetali e animali si scuriranno rigogliosi e folti. Ecco
gruppi di acacie la cui ombra è stinta quanto il
tronco; qui e là fiammeggia di orgogliosa vita il legno roso di una acacia
della febbre gialla. Ci sono altre macchie intisichite e ti chiedi se esse
siano un miraggio di movimento: no, al binocolo, si tratta di gruppi lenti di erbivori, zebre di Burchell, gnu, impala quasi immobili
nella distanza. Fauna persa e dispersa
nello scenario che falsamente si incurva verso
l'orizzonte virando verso l'azzurro, quasi a disegnare un mare tra terra arsa e
cielo terso.
Il paesaggio cambia verso nord, nel territorio tra i
fiumi Zambesi e Chobe, tra Zimbabwe e
Botswana. Ci arriviamo dopo giorni. Si racconta di un bufalo cafro, che,
isolato e attaccato dai leoni, riuscì a rifugiarsi
lungo la riva del fiume, in una terra di nessuno tra potenze spietate: stretto
su due fronti, tra pazienti felini da un lato e sonnacchiosi coccodrilli
dall'altra. Dopo ore ed ore il bufalo stremato ad un tratto decise: meglio
soccombere da mammifero in una contesa
tra mammiferi. E così andò incontro ai leoni, come un eroe greco che nel
momento della morte fissasse negli occhi i persiani
con sguardo mai chino. In Africa tutti gli animali sembrano più fieri, anche
nella sconfitta. Eppoi tutto sembra così pigro ed indolente fino a che un sisma
di morte non turba l'aria immota. E' scesa la notte sul campo di tende. Un'
altra giornata si è conclusa e ci si sente (dopo
quanti anni?) serenamente stravolti dalla fatica.
NOTTE AFRICANA. La Croce del Sud, favorita dalla incontaminata atmosfera, è un canto ipnotico di luci.
Solo dopo molto tempo ti accorgi del resto, degli spilli lucenti nel cielo. La prima
volta che ho sollevato lo sguardo all'insù è stato in
una notte fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori d'oro a nord di
Pretoria. Comunque non conviene tenere troppo lo
sguardo al cielo, soprattutto di notte. La notte ad
Haziview, in Sudafrica, e quella di Kasane, ad un'ora di auto dalle cascate
Vittoria, si confondono in un magma proustiano di paura. A soli cento passi fuori
del recinto-boma in direzione dello specchio d'acqua, sprofondo nel buio senza luna.
Percepire senza vedere: cose che hanno radici, si muovono, strisciano, volano. Qui non dorme proprio nessuno e nessuno
riposa. Un conflitto
incalzante di voci ignote, quasi una lotta per la sopravvivenza tra specie sonore diverse. Ascolto.
Ora predomina il cra-cra metallico di un rospo in amore, ora
si colgono dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli?).
Inutile. Appena sei per selezionare la sorgente sonora, essa soccombe ad una
nuova e ricominci daccapo. E se fosse il fremito
asmatico di un leopardo in avvicinamento? Di notte il continente nero si prende
ogni rivincita e la sicumera bianca diviene paura. Sale la paura, come una
marea fredda e lenta, ti sale dalle scarpe affondate nella soffice erba o
urtate dalla roccia. Non vedo neanche nella pece oltre le mie ginocchia e
accavallo le dita per sentire le estremità. Blocchi anche il respiro per
aumentare la trasparenza. Ora scoppia uno scricchiolìo…E questo
cosa sarà? E invidi la vista del pitone che lascia
nottambulo la tana per la caccia. La tensione è dolce, selvatica, a
trecentosessanta gradi, in attesa del nuovo segno di
vita (o di morte) da cogliere. Immerso nella folla di urli,
risatine, gracchiamentil, gracidii, e tra onde fruscianti di fogliame che si
frangono sulla fragile solitudine di uomo, capisco Hemingway quando usciva da
solo, di notte, nella savana, armato unicamente di lancia. Nella
ineffabile ambiguità di essere contemporaneamente predatore e predato,
non c'è scelta: sentirsi parte del Tutto o sentirsi escluso e minacciato da Tutto.
2. PATAGONIA & DINTORNI
Appunti di viaggio 2003
La Patagonia evoca a livello di fantasie
e letteratura salti in un mondo parallelo dove i centimetri divengono metri ed
i secondi divengono giorni.
Tutto è particolare e senza dimensioni
in Patagonia. Anche il vento che scende dalla
Cordigliera andina è spropositato e batte senza sosta la steppa della Patagonia
argentina. Frotte di esploratori, emigranti,
disperati, transfughi si sono dispersi (o hanno tentato di disperdersi) nella
vastità lasciandosi alle spalle qualcosa. Così questa terra ai confini del
mondo e senza confini essa stessa ha attratto nei secoli il cammino di tanti
viaggiatori affascinati dal mito e dalle leggende. Il navigatore portoghese
Magellano vi si intestardì a trovare lo stretto che da
lui prese nome: lo accompagnava il nostro connazionale Antonio Pigafetta,
autore di un diario di bordo importante dal punto di vista etnografico e
letterario. Darwin con il comandante FitzRoy passarono di qui. I salesiani Giuseppe Fagnano e Alberto Maria de Agostini
tentarono di difendere gli ultimi indios della Terra del Fuoco.
Butch Cassidy e la sua banda, per
sfuggire alla ricerca della agenzia Pinkerton, si
rifugiarono qui. Così più modernamente ufficiali nazisti per sfuggire al Mossad
israeliano. Qui nessuno sembra ti facesse domande,
come nella Legione Straniera. Bruce Chatwin che scrisse "In Patagonia",
considerato il prototipo dei libri sui viaggi, la percorse
tutta a piedi, riempiendo di note i suoi "moleskine"; se si
legge"Patagonia express" di Luis Sepulveda, si ritrova lo spirito e
la presenza di Bruce dappertutto.
Una volta, quando si parlava di umanoidi come fenomeni da baraccone si diceva che un
"Uomo Patagonio" o un "Sansone Patagonico" si sarebbero
cimentati dinanzi al pubblico della fiera in una dimostrazione di forza
"bruta". Giovanni Battista Belzoni (1778-1823), che fisicamente era un
"titano " muscoloso di due metri, quando, originario di Padova, visse
a Londra, si esibiva sollevando una piramide umana di dodici persone nello
spettacolo chiamato "Insoliti esercizi del Sansone Patagoniano".
Naturalmente faceva l'artista di fiera prima di divenire famoso per le doti
esploratrici e archeologiche (tra l'altro scoprì l'ingresso della Piramide di
Chefren a Giza, in Egitto). Quindi
"patagonico", "patagoniano" era nel 1800 garanzia di
spettacolo senza eguali (chi avrebbe mai potuto verificare il vero con una
terra così lontana da Londra?). La stessa parola "patagonia" sembra derivasse dai Patagoni "uomini dai piedi grandi" a
causa della grande stazza fisica mostrata dagli indigeni.
Uscendo dall'aeroporto di Ushuaia, nella Terra del Fuoco, in una tormenta invernale di neve che aveva
ritardato ansiosamente l'atterraggio, il vento mi accoglie con una folata che
spazza me e il carrello gravido di valige con una forza che avevo conosciuto
solo con la Bora triestina. Ridevo e chiedevo aiuto nel soffice della neve
mentre cercavo di rialzarmi: intorno la "città
più a Sud del mondo" - come scrive Chatwin - mi circondava con le sparute
case e le tremolanti luci. Ridevo felice. Di essere lì. In un presepe,
all'estremo della Patagonia.


(sopra: Ushuaia, canale di Beagle, cane nella tormenta - sotto: . El Calafate, Area dei Ghiacciai, Patagonia, paesaggio
a più piani)
|
IL VIAGGIO dr.
Livingstone, 2003 indice: Penisola Valdez La Terra del Fuoco Santa Cruz e La zona dei Ghiacciai solofoto 1 solofoto 2 |

2.1. IL VIAGGIO
Per come sono deviati stabilmente dal
vento che scende iroso dalla Cordigliera andina, gli alberi a bandiera (flag
tree) della Patagonia ricordano certi pini del Gargano o i pini loricati
del Monte Pollino. Solo avvicinandosi ci si accorge che non sono pini.
La Patagonia argentina è diversa dalla Patagonia cilena, la quale
è assai umida. La umidità del Pacifico si riversa
sotto forma di pioggie abbondanti sul versante cileno delle Ande, che verso la
Terra del Fuoco e la "fine del mondo" si abbassano gradatamente
rispetto alle cime del nord. Le masse aeree scaricano acqua in Cile ed il vento
che scende potentemente verso est e l'Atlantico diviene così molto secco e non
incontra ostacoli ostacoli naturali. D'estate - nell'emisfero australe le
stagioni sono opposte alle nostre, si ricorda - il vento solleva polvere con la
velocità di 150 km all'ora. Ma
il vento non scherza neanche in inverno: forte, implacabile e freddo ti toglie
il respiro. In ogni zona visitata, dalla Penisola Valdez alla Terra del Fuoco,
dallo stretto di Magellano a Santa Cruz, nella zona dei Ghiacciai il vento è un
compagno fedele, talora ti inganna con movimenti a
polsi, come l'onda pressoria del sangue. Il cosiddetto "effetto
vento" va conosciuto d'inverno perché come altrove (p.e. in Canada) ti
abbassa repentinamente la temperatura ambientale di dieci gradi e sembra che
pugnaletti di ghiaccio penetrano ogni superficie cutanea scoperta. Dove c'è un
abitato cercano di proteggersi con file di pioppi. Ah, gli abitati della
Patagonia sono talora meno che paesi: quando chiesi a Puerto Bandera, vicino a El Calafate (Santa Cruz) quanti abitanti contasse
il paese mi risposero candidamente "venticinque" e pensai che le
riunioni di una famiglia media mediterranea avrebbero intasato Puerto Bandera.
La gente argentina riesce a essere calda e riservata
assieme, non ti invade mai ma se chiedi si dilunga: si avverte ovunque il
bisogno di socializzare tipico delle nazioni a bassa densità di abitanti. Lì
non ci si sgomita come a Roma e Milano. Certo Buenos
Aires è un'altra cosa, una vera e propria metropoli, una nazione dentro ad una
nazione (e la lingua spagnola fa posto ivi ad un neocastigliano orgoglioso e
irriducibile che si mescola poi a un dialetto che è un crogiuolo di lingue
originatosi come un fungo sui docks del porto, quando il Rio della Plata vedeva
nugoli di navi e merci provenire da tutto il mondo e partire per tutto il
mondo). Buenos Aires è un fenomeno a parte, come il tango. Ma al di là della megalopoli e della Pampa ecco che si apre la
sconfinata Patagonia. Chatwin ci mise un paio di mesi a percorrerla a piedi ed
in autostop.
Comunque espresso, l'itinerario patagonico potrebbe
cominciare - come nel caso che vengo a descrivere - con un salto aereo, Buenos
Aires-Trelew.
2.1.1. Penisola Valdez
Trelew è cittadina fondata dai gallesi nella Penisola Valdez. Cittadine e aeroporti sono minuscoli. Minuscolo è anche il
bus che ci attende il 20 agosto al buio ed al freddo. I bagagli del gruppo sono
distribuiti tra le poltrone ed un carrello stipato che sobbalzerà
autonomo (senza ammortizzatori?) per tutto il tragitto. Una gelida corrente di aria poi si insinua tra le schiene proveniente dal
piccolo portabagagli e ci rammenta la stagione. Raggiungiamo Puerto Madryn
a 65 km di distanza. Dopo una cena mediocre all'Estrella e la notte al Bahia Nueva, comincia l'avventura. Le fotocamere sono
armate e lo zaino in spalla.
Puerto Madryn, nella provincia di Chubut, è cittadina di circa
50.000 abitanti, fondata anch'essa dai gallesi che da queste parti giunsero
numerosi per sfuggire alla povertà della loro terra. Il nome deriva da un certo
Perry, barone di Madryn. Ora Puerto Madryn è cresciuta per il turismo favorito
dalla Riserva Naturale della Penisola Valdez ed è sede di Università (biologia marina, informatica, ingegneria)
Anche qui come ad El Calafate in Santa Cruz chi si ritiene nativo si chiama
"NIC" ("nacido y criado", nato e cresciuto) per
differenziarsi da chi è VIC ("venido y criado", venuto ma
cresciuto qui). Prima c'era una deturpante fonderia d'alluminio, la più
importante d'Argentina nel 1988, che ha lasciato qualche residuo di archeologia industriale nella baia; ora la economia è
centrata sul turismo crescente, sulle ampie spiaggie che ne fanno d'estate una
specie di Rimini e che richiama gente anche da Buenos Aires che non è proprio
ad un tiro di schioppo (1371 km). La sabbia è buona ed è proprio sulla "costanera"
Avenida Roca/Brown che alloggiamo al simpatico e caldo H Bahia Nueva.
Mi alzo all'alba del 21
agosto dopo una bella dormita (sono le ore locali 7.45! non è proprio una
levataccia): il sole sorge magnifico sulla baia (vedi foto). Per
il vento contrario non sarà possibile salpare nella mattinata da Puerto Piramide
e la guida Felipe anticipa il percorso naturalistico nella Riserva, dove
incontriamo gruppi di guanacos (una specie di lama selvatico), una volpe
grigia patagonica, delle "maras" (sembrano enormi roditori,
altro che "lepri della Patagonia"…) (v.foto) , un paio di rapaci detti "chimangos"
e tante, tante pecore brucanti. Tutto qui è proprietà privata ed ogni tanto
valichiamo un confine che sbarra la strada sterrata.
In bus assaporiamo del "mate",
passandocelo tutti come il calumet della pace degli indiani del
Nord America. "Fa" gruppo (in termini scientifici, favorisce la
"gruppazione"). La "yerba mate" è la foglia
secca dell' ilex paraguayensis, una pianta
imparentata con il nostro comune agrifoglio. Nota come "tè
paraguaiano", non ha avuto la fortuna di altri nervini introdotti in
Europa come il caffè e il tè. In Sud America invece, soprattutto fuori dei
grandi centri, è presente dappertutto e non c'è lavoratore che non esca di casa
con una bottiglia termica di acqua calda. A Buenos
Aires vi sono venditori di acqua calda che girano con
le bottiglie su sgangherati carrozzini. Si prepara riempiendo di yerba
sino a tre/quarti la tipica coppa (matero, ricavata da una zucca, la calabaza) . Vi si versa acqua calda (non portata a bollitura!) e
senza aspettare i tempi di infusione si assapora
suggendo con una cannuccia di materiale vario, la bombilla. Il sapore è
amaro, all'inizio. Si sugge e si passa ad altri perché il mate è anche rituale
di socializzazione (con la stessa bombilla, talora!). Grande gentilezza è per esempio fare da cebador colui
che prepara l'acqua calda con il bollitore (pava) e ne versa ad altri,
rimboccando secondo necessità. La yerba si vende in tante confezioni (più
grezza, con palitos, o più raffinata) ma il vero patagonico lo consuma
"amargo", senza zucchero; verso la Pampa e nella capitale lo
preferiscono dolcificato. A Misiones, al confine con il Brasile lo abbiamo
consumato amaro.
Felipe ci spiega al microfono alcune cose
nel mentre il pulmino percorre le sconnesse strade a ghiaia che sono una vera insidia per chi non è pratico. Una donna del
luogo è morta con il fuoristrada, ci dice la guida, una settimana prima,
sbandando: toccare il freno sulla ghiaia alle elevate velocità di qui è un
suicidio. Non si può procedere tenendo la mano destra. Si corre sulla bombatura
centrale della carretera sollevando polvere che si aggiunge alla polvere
del vento impetuoso. Meglio così, almeno se viene un mezzo in senso contrario la polvere te lo segnala. A dire il vero si incrociano pochissimi mezzi, malgrado la Riserva sia
frequentata turisticamente e ci si saluta con un colpo di claxon. Altri guanacos
ci attraversano inaspettatamente la strada - ricordano per la
agilità di gruppo gli impala africani. Li evitiamo con
un rallentamento provvidenziale e loro ci sfilano eleganti davanti. Ci
fermiamo al Centro de Interpretacion, che sorge a metà
dell'istmo, sulla sottile striscia di terra che collega la penisola al
continente: di fronte c'è la Isla de los Pajaros,
inaccessibile ai visitatori e vera riserva per una ventina di specie di uccelli
marini.
Il bus parcheggiato porta sulle ruote posteriori un sistema di tubi
misteriosamente connesso ai pneumatici. Ci spiegano che sono collegati al
compressore del mezzo e consentono di sopperire alle più che probabili forature:
producendo aria compressa e mantenendo comunque un
certo grado di pressione nelle camere d'aria anche in caso di forature di media
entità, il mezzo di trasporto può raggiungere il centro più vicino senza
rischiare.
Il problema di ricevere e dare aiuti è assai problematico
e sentito qui. Oggigiorno ci sono i telefoni cellulari ma non sempre c'è
"campo" fuori della cittadina (persino a Buenos Aires ci sono
problemi con cellulari a tre bande); sono pochi i ripetitori - e costano troppo
per i pochi utenti; le linee telefoniche sono incomplete perché staccare una
linea e portarla ad una fattoria (estancia) richiederebbe superare
distanze di decine di chilometri e sarebbe una spesa a carico del proprietario
(ne fruirebbe solo lui)… Insomma in Patagonia, soprattutto fuori delle zone più
abitate (come la Peninsula Valdez p.e., che è già
fortunata) si comunica ancora molto via radio. Le isolate estancias
che punteggiano la Patagonia sono come galassie
sterminate ma lontane tra loro. Sono percorse a cavallo dai gauchos e
dai sonnolenti erbivori allevati e arrivano a misurare centinaia di migliaia di ettari. Qui non è la piovosa e lussureggiante Scozia. La
steppa offre poco da mangiare e un ovino richiede qui ben dieci ettari (!) di
pascolo povero per sopravvivere e far sopravvivere il pascolo stesso e così i
conti sono presto fatti: se si hanno mille pecore occorrono diecimila ettari di
tenuta…. Vita dura. Come in Australia i centri abitati si aprono con posti di
polizia: quando uno lascia l'abitato A verso B avvisa il posto di polizia di B
che arriverà alla tale ora e se non arriva per l'orario previsto scatta il
soccorso. Impensabile per la vecchia cara Europa. Solo in Puglia abbiamo centri
abitati di cinquanta-centomila abitanti nel giro di dieci km l'uno dall'altro
(certo non è così in Francia ma l'Europa ha una densità di popolazione che se
la sognano in Oceania, Canada e Sud America). I soccorsi sono anche legati alla
tradizione religiosa come le edicole della Defunta Correa, con tanto di
bandiera rossa, punti che, costellando i bordi delle carreteras,
offrono da bere "agli assetati"e talora da mangiare ai trasportatori
in difficoltà: chiunque può approvvigionarsi (o lasciare da bere e mangiare, se
ne ha) nei nodi di questa rete spontanea di solidarietà (anche questa una
lezione per noi europei).
Al Centro de Interpretacion
dove ci ha lasciati il minibus onestamente non c'è
gran che. La torre di osservazione consentirebbe
l'osservazione della Isla de los Pajaros attraverso cannocchiali
ma è impossibile stazionarvi a lungo perché spazzata dal vento senza pietà
alcuna. Comunque è bello il paesaggio brullo e rude
dall'alto e consente di farsi una idea della durezza di vita da queste parti. Anche tenere in linea un teleobiettivo di foto-telecamera è
un problema qui (come in tutta la regione). E' ragionevole usare tempi di
scatto veloci (e quindi pellicole e sensibilità da 400 ISO) perché
"trema" tutto, anche con treppiedi ed il "mosso" è
assicurato. Lo scheletro triste di una balena franca australe
("spiaggiata", dicono e spero) ci attende nella povera ma solida
costruzione centrale. Qui il custode (improvvisato? nuovo?)
sembra non sapere neanche dove si accendono le luci artificiali.
Raggiungiamo Caleta Valdez, a ridosso di Punta
Norte e qui, dopo una bella passeggiata, sul mare sottostante incontriamo
i primi mammiferi marini intenti a sonnecchiare sotto il sole. Ci spostiamo
verso sud a Punta Delgada con annesso Faro. Gli elefanti marini, veniamo
a sapere, si sono spostati in una cala meno accessibile. La raggiungiamo. Si
tratta di scendere da una infida duna alta un
centinaio di metri con un percorso a zig-zag che vede il piede affondare
pericolosamente ad ogni passo: naturalmente a complicare la discesa vi è il
Signor Vento che ti da spinte a destra e manca (cominci a credere
paranoicamente che ce l'abbia con te). Giù ci avviciniamo senza far innervosire
gli animali e senza tagliare loro la strada di fuga verso l'acqua. Da vicino
ricordano obesi pascià. Il maschio "l'hai fatto veramente brutto,
Signore", avrebbe detto l'indimenticato comico napoletano Troisi:
quattro-cinque metri di corpo con quattrocento chili di peso inducono
rispettosa distanza ma la protuberanza nasale, sempre cangiante nelle diverse
prospettive, lo rendono grottescamente orribile. Ben
altra cosa le più aggraziate femmine. Il tanfo di escrementi
mi dicono che è forte (io non sono famoso per la capacità olfattiva a causa di
una rinite cronica di natura allergica). Mammiferi adolescenti giocano tra di loro a configurare un triangolo e sono un bello
spettacolo nello scenario di rocce e cormorani. Risalire la duna non sarà
facile e ci riusciamo a fatica (se soffrite le
"altezze" non guardate giù). Mangiamo bene al Faro.
Nel pomeriggio giunge la notizia che Puerto Piramide, sul Golfo Nuevo,
si aprirà, a causa del maltempo, per fare uscire (e spero rientrare) una sola
barca. Noi ci siamo prenotati per il whalewatching (così si dice oggi
per "osservare le balene") e quella barca che ci attende è proprio la
nostra. Il barcone cabinato con comandante e un solo mozzo (una ragazza che non
parla lingue straniere) ci fa salire a bordo con un gruppo francese. In tutto una ventina di persone. Il barcone viene calato in acqua dalla spiaggia lungo binari di pali
lignei. I francesi risultano poco collaborativi e non
capiscono una parola delle istruzioni: noi ci prodighiamo a tradurre in inglese
ma sembrano non trovarci molto simpatici. Con indosso le cinture di
salvataggio, salpiamo. Appena fuori della protezione del porto l'oceano si fa
subito sentire con un forza due-tre che nel
Mediterraneo sconsiglierebbe la navigazione a molti turisti. Tra rollio e
beccheggio, ci inoltriamo alla ricerca di balene
franche australi, quelle, per intendersi, con le caratteristiche incrostazioni
che ne alterano il profilo del muso (Balena Glacialis Australis, Ballena
Franca Austral, Southern Rightwhale).
Nulla. Ancora nulla. Il tempo passa. Dove sono finite?
Non si ripeterà, mi dico, ciò che mi accadde nella False Bay,
in Sudafrica? Nulla anche lì. Dopo ore di appostamento
reverenziale, mi sfuggirono e dovemmo desistere. Invece nelle acque
patagoniche, all'improvviso eccole. Tutti gridiamo
eccitati, come bambini. Sono emerse. Potenti, sinuose, sontuose e inarrivabili sono emerse come un fantascientifico sottomarino nei romanzi
di Giulio Verne. Mi sento al cospetto del misterioso Capitan Nemo. Il freddo mi
taglia le dita (non si può riprendere con i guanti). Sono armato della fiocina
più innocua al mondo: la mia Canon armata di tele da 400 mm. Avvistare le
balene e seguirle nel mare mosso è matrice di ricordi incancellabili. Come
l'incontro con l'orma del leone nel bush africano. Le balene - due - danzano
nel moto ondoso con vetusta e magistrale tranquillità irridendo noi che stiamo
attaccati ad ogni maniglia per non essere sbalzati fuori bordo. Fotografare da
quella posizione da chirotteri, impugnare l'attrezzatura pesante con una mano
sola, mantenere la mira e proteggersi dagli spruzzi dell'oceano e di chi vomita
accanto è decisamente meno poetico. Ma
alla fine ci sono riuscito. Ho colto con una raffica di foto la coda della
madre che sosteneva il cucciolo nell'incavo della coda. Siamo rientrati alla
base, giulivo (io), altri meno (sconvolti dal vomito che il mozzo va rimuovendo
in guanti con consumata rassegnazione).
Mentre ci tirano in secco, la mia vecchia amica di viaggi G.,
presa dalla nausea incipiente - ha soccorso gli altri del gruppo -, si affaccia
confusa a babordo per vomitare anche lei e sta rischiando di essere decapitata
da un palo beffardo che vedo avvicinarsi alla sua testa ignara. E' come in un
incubo notturno, so e mi sento impotente. Sono troppo lontano per acciuffarla. Le grido qualcosa con tutte le mie forze
per attirare la sua attenzione nel frastuono di uomini
e vento. Un miracolo (il mio?) la fa voltare verso di me. Il palo, beffato, le
sfila di dietro ed io mi accascio.
- Che c'è? - mi chiede con volto sofferto ed interrogativo. Mi accascio
sorridente. Le spiegherò dopo che stava per fare la
fine di Maria Antonietta.
Nell'emporio "fenicio" di Puerto Piramide ci attardiamo
comperando e bevendo. Ripulisco in bagno l'attrezzatura fotografica con acqua
dolce. Per fare qualcosa. Ho da decantare emozioni diverse e intense. Mi
riprendo a Puerto Madryn cenando da Estela. Simpatici i padroni. La donna, di
mezza età, con occhialoni quadrati sproporzionati alla Elton
John, afferma di essere metà basca e metà ucraina; il marito (una fotocopia di
lei per gli occhiali e lo avevamo creduto il fratello) vanta origini italiane
ma non sa una parola di italiano. Il cibo non è buono, la birra Quilmes salva
tutto (fa dimenticare il tanfo di frittura che impera).
- Chi ha l'ultima parola tra un uomo e una donna? ah! ah!…L'uomo!…perché
alla fine dice "Sissignora!"… ah!ah! - La signora è scherzosa e
ci saluta con pacche sulla schiena. Uscendo guardo le decine di cartoline che
sono trafitte alla parete: quanta gente è passata. Ed
io pure.
Sono stanco. Domattina ci aspetta un giro simpatico nel centro commerciale di
Puerto Madryn, con incontri ravvicinati ad altri oriundi italiani, assai ospitali
e rispettosi. Altro "transculturale" mate,
acquisti convenienti, il trasbordo a Trelew ed il volo di due ore per la Fine
del Mondo. Ushuaia, nella Terra del Fuoco. Non nascondo che avverto una
contraddittoria sensazione di insicurezza e
determinazione.
E l'alba comincia con una danza di balene nella baia
antistante l'albergo. Nella calma assoluta di sole e mare. Sono venute a
ringraziarci dei sacrifici fatti nel Golfo (o a prendersi beffa?).

Caleta Valdez - I dormienti
2.1.2.
Tierra del Fuego
La sera del 22 Agosto 2003 atterriamo
all'aeroporto di Ushuaia nella tormenta di
neve. Le prime avvisaglie di maltempo le abbiamo colte
dopo il decollo da Trelew (Peninsula Valdez). Che la turbolenza non fosse "bianca" lo abbiamo capito dalla mancata
visibilità lungo la tratta che ha impedito di riconoscere il territorio
sottostante ed in particolare l'atteso stretto di Magellano (Magallane
in spagnolo); che fosse turbolenza "nera" lo abbiamo intuito dai giri
insoliti che il jet è stato costretto a compiere quando oramai dovevamo essere
sulla destinazione. Si sa, in questi casi si chiacchiera e scherza per
esorcizzare timori. Il volo è stato appena turbato dalla presenza chiassosa di energumeni che poi si sono rivelati atleti di una squadra
di rugby in trasferta: contegno sfottente e qualche smargiassata hanno indotto
il personale di bordo a contenerli con qualche sorriso e attenzione in più. Uno
degli atleti, sentendoci parlottare tra noi si è permesso di dire in italiano
stentato: "Ah!…Italiani…mangia-spaghetti…" con un sorriso
chiaramente dispregiativo, al che mi volto e rispondo in modo lapidario e con
altrettanto pseudosorriso : "Non mangiamo solo
spaghetti ma anche storia, cultura e tolleranza…". L'aver risposto in
spagnolo blocca ulteriori commenti del gruppo, che
comincia a riparlare di sport e attività connesse.
Come un condor miope, l'aereo ha volteggiato su Ushuaia per una mezzora buona,
prima di decidersi a forare l'impenetrabile coltre di nembi. E' inevitabile
trattenere il respiro quando si seguono queste manovre perché non sfugge a
nessuno che la pista qui è praticamente sul
mare gelido e non sarà neanche lunghissima. All'atterraggio la gente batte le
mani (io aspetto il termine della frenata per unirmi nervosamente all'ovazione
spontanea). E' fatta.
Prima dell'uscita controllano i bagagli
anche per la frutta (forse una misura protezionistica antiparassitaria). Lo fa
un signore in camice bianco che figurerebbe bene dietro al bancone di un
supermercato ma il volto è quello tipicamente severo degli uomini cui hanno affidato un ruolo di "controllo" (e non di
"controllato"). Fuori ci attendono la bufera di neve, il Signor Vento
all'ennesima potenza (i carrelli dei bagagli sono ribaltati) ed una temperatura
di -8 gradi centigradi. Attraversiamo nella magia del silenzio un abitato che
si caratterizza per luci da presepe napoletano e tetti nordici. Il paesaggio
che si intravvede al di là dei fiocconi di neve è
deserto di uomini ma non di cani (ma come fanno a resistere le povere bestie?).
Raggiungiamo il Tolkeyen su di una collinetta, vicino al canale di
Beagle e, isolato come è dalla manciata di case
del centro cittadino, l'albergo di legno assume nella fantasia cosmopolita il
ruolo di rifugio alpino. Siamo nella città più a Sud del mondo, come scrisse
Chatwin e ce ne rendiamo ancora più conto perché testardamente, dopo cena
calda, usciamo in taxi per raggiungere l'unico posto dove si trovi anima viva,
il Casinò. Il tassista, in maniche di camicia (rinuncio a descrivere come
fossimo bardati noi..), ci dice che qui da due mesi
non nevica e tutto è cominciato il giorno prima. Rispondiamo che in Europa vi
sono quaranta gradi sopra zero un po' dappertutto e lui si mostra sorpreso.
Alla Terra del Fuoco - la parola "fuoco" deriva dalla osservazione di "fuochi" sull'isola da parte
dei primi naviganti - la temperatura invernale "è buona" perché
oscilla tra zero e meno dieci; d'estate si arriva ad un massimo di quindici-diciotto
gradi sopra zero (qui è tutto in scala Celsius). All'uscita del Casinò ci
prendiamo a palle di neve, pensando ai nostri cari che in Europa stanno in un
forno a micro-onde. Bella dormita.
Ushuaia, grazie ad una presenza turistica crescente, si è trasformata da
piccolo paese di pescatori a cittadina graziosa di circa quarantamila abitanti.
Degli indios fuegini qui abitavano e
cacciavano, ricoperti solo di pelli di guanacos e grasso, gli Yahganes
(Yamana): di loro non è rimasto che la grafica ripresa dall'artigianato
locale. Riprendendo oggi temi della scomparsa cultura yamana, i bianchi
sembrano voler sfruttare anche i morti, anche quelli che hanno contribuito a
fare fuori con pallottole e virus (di malattie sconosciute). Sino al secolo XIX
si ricompensava con danaro chi avesse
"cacciato" un indio fuegino e ne avesse portato un orecchio come
prova della uccisione. Come si faceva in Europa con i lupi. Un certo Red Pig
(sì, "Porco Rosso") si vantava di uccidere indios solo "per
diletto", mai per danaro e, sfuggito
miracolosamente a vendette indigene, finì ucciso - per contrappasso dantesco -
solo dal "delirium tremens": inseguito da angosciosi e cruenti
ricordi lo
ritrovarono nella selva, impazzito e morto.
L'ultimo yamana fu Ernestina (in foto a colori), di cui sopravvivono testimonianze fotografiche e televisive. La
Terra del Fuoco era divisa tra Selk'nam (Ona per Chatwin), Haush
(Menekenk), Alakaluf e Yamana (Yahganes)…
Tutti praticamente scomparsi dalla faccia della (loro)
terra. Abbiamo l'obbligo di nominare uno per uno i veri nativi. Erano
cacciatori di terra o mare (sul canale di Beagle o nello stretto di Magellano
che divide la Terra del Fuoco dal grosso del continente). La terra era di tutti
e gli indigeni non comprendevano perché i bianchi recintassero spazi e si innervosissero tanto da sparare quando qualcuno varcava
confini o si appropriava di una pecora, che era lì a portata di mano. Una
pecora era più facile da cacciare che un guanaco. Per loro le pecore importate
erano strani guanacos. Anche i guanacos erano di chi fosse
capace di cacciarli. Qualche bianco, come i salesiani
Giuseppe Fagnano e Alberto Maria de Agostini, li difendeva e cercò
comunque di catechizzarli mentre li osservava pescare sulle esili canoe di
corteccia. Essi hanno lasciato tuttavia una presenza spirituale che aleggia nei
piccoli e semplici abitati dell'interno e sfrutta per la diffusione l'eterno
vento patagonico.

Al mattino del 23 agosto la tormenta di neve ci sveglia in una
atmosfera di cani sanbernardo e persone infreddolite ma contente (ci
sono spagnoli con noi). Ci inoltriamo con il minibus
nella Riserva Naturale tra neve e laghetti di colore irreale. Gli alberi
presentano qui e là delle palle
gialle, quasi fossero
alberi natalizi: si tratta delle "lampade cinesi", piante
epifitarie.Ci fermiamo a la Bahia Lapataia (in
yamano "bosco" e "legno").
Ci dobbiamo fermare per forza perché qui termina la strada nazionale numero tre
(Ruta Nacional 3). Non ci sono più strade al mondo dopo questa verso sud.
Impressionante. E' l'ultima strada della Terra prima dell'Antartide, che dista
da qui solo mille chilometri di mare. Malgrado la
bufera in atto siamo attoniti, tra il serio ed il faceto. Come
i giornalisti del mezzo fuoristrada che si è unito a noi. Si parla
ingoiando fiocchi di neve, io la assaggio la neve e l'acqua della "fine
del mondo" mi cola sfondando lo stomaco e la psiche. Mi sento vivo e
soddisfatto.
Il tempo permane brutto nella giornata. Rientrati
ad Ushuaia, facciamo compere e verifichiamo la antipatica
accoglienza dei negozianti, già notificata dalle guide accreditate. I venditori
della città non sembrano interessati a vendere e sembrano irritati dalla
presenza di visitatori; eppure nella situazione economica argentina il danaro straniero (dollari, euro) contano parecchio. Ho come
l'impressione che questo atteggiamento non sia
riveniente dalla transizione da centro di pesca a centro turistico; forse, mi
viene il dubbio, si tratta di personale dipendente che non lavora nel
"proprio" negozio e che quindi ha solo fretta di "timbrare
l'uscita al marcatempo". I prezzi di libri e ricordi sono poi alle stelle
ed i prezzi non sono trattabili.
Facciamo uno spuntino abase di pollo ai ferri e
insalata in un cordiale bar-ristorante, nei pressi della Av. Maipù; tra poco
arriva il bus, di fronte all'albergo Albatros. Cerchiamo di non far tardi
all'appuntamento con il resto del gruppo.
Il porto è una cartolina di moli imbiancati dalla furia notturna, cui fanno da contrasto le acque cariche di azzurro. Le navi da carico immote, nel silenzio ovattato che solo la neve sa
originare. Se non fosse per i colori allegri, prontamente vivacizzati da
raggi di sole che forano all'improvviso l'atmosfera bigia, si
azzardarebbe che quei bastimenti siano stati abbandonati dagli equipaggi.
Nessun essere umano e neanche gli onnipresenti cani. Solo gli uccelli marini ti
svegliano dalla ipnosi senza tempo, e ti ricordano con
giri tranquilli che la scena non è una foto bensì un film. E
tu sei lì e non ti meravigli di esserci. Consulti l'orologio per verificare da
quanto tempo. Mi è capitato di perdermi nelle correnti del fiume Chobe, in
Africa. Non è un perdersi ma un ritrovarsi. Mi sovviene un ricordo.
Ricordo che, agli inizi della professione medica, stavo (quanti anni sono
passati?) raccogliendo la storia clinica di un anziano pugliese: era un vecchio
e dignitoso "delinquente" di una volta, con tanto di bastone con
testa canina eburnea e conservava nel suo sguardo la antica
sfida al mondo, anche dal bordo di un letto di ospedale provinciale. La mia
penna si fermò sulla cartella al racconto. Lo ascoltavo nel mentre mi narrava.
Non parlavamo di patologie pregresse. A diciotto anni, disse in un dialetto
infarcito di termini italiani che ne attestavano la
cultura "sul campo", ai primi del Novecento era emigrato verso il
Nord America con una nave che lo aveva portato a Nuova York.
"Allora non c'erano ancora tutti quei grattacieli", ebbe a
precisare.
Sceso a N.Y. si era ritrovato in un gruppo multietnico ed in un litigio tra
bande si trovò coinvolto nell'accoltellamento di un
portoricano. Stava per arrivare la polizia. Scappò. Doveva scappare ancora. Al
porto si infilò da clandestino a bordo di un cargo,
senza sapere quale fosse la destinazione. Ebbene, dopo
giorni di navigazione, si ritrovò in un porto sconosciuto e lui, analfabeta,
chiese a qualcuno.
"Dove sono arrivato?"
"Nella Terra del Fuoco" gli rispose un coetaneo che lo
guardava e riguardava.
"Che c'hai da guardare?" chiese lui
sospettoso e si accorse d'un tratto che parlavano entrambi la stessa lingua. "Di
dove sei?", chiese.
"Di Trani"
"Paisa', anche io!" .
Si abbracciarono.
La Terra del Fuoco. Terra lontanissima. Un compaesano a migliaia di miglia da
casa. Mi aveva colpito tanto il racconto, sia per il periodo storico, sia per
la Terra del Fuoco, che presi a desiderare. Forse
stavo guardando il molo donde era sceso quel ragazzo del Novecento.
Ci chiamano. Mi chiamano. S'è fatto tardi. Salgo come rattrappito sul minibus e
partiamo per l'interno dell'isola, per la Valle della Tierra Mayor.
Vogliamo andare in slitta, malgrado il maltempo e così
dei siberian huskies ci traina a meno dodici gradi (scena da dr. Zivago, in
Russia). I cani incitati dalle grida ignote dei conduttori ci trasportano
infischiandosene della bufera: ora si ringhiano, ora si cercano e si parlano
come compaesani. In effetti vicino al rifugio,
l'insieme di canili di legno, con tanto di cuccioli che si affacciano curiosi,
forma un vero e proprio villaggio per cani, dove manca solo una chiesetta (se
potessero magari la chiederebbero).
Al rientro nel rifugio, al calore del camino acceso quasi ci
spogliamo dal caldo. Stanno arrostendo carni ma anche - inavvertitamente
- un bimbo lasciato in carrozzino troppo vicino al fuoco. Avvisiamo
prudentemente la madre dsitratta di allontanarlo un po' ma la madre se ne
frega. Allora le diciamo di "girarlo ogni tanto", per arrosolarlo
meglio e lei ride stupidamente. Decido di concentrarmi sulla tazza di
cioccolato caldo. Le chiacchiere si protraggono con una famiglia di oriundi italiani che ci offrono orujo argentino
(una specie di grappa) e pisco cileno. Al Tolkeyen si cena con zuppa. Io
disegno un poco sul moleskine e organizzo gli appunti prima di cadere in un
sonno profondo.
Il giorno dopo, il 24 agosto, il maltempo si è arrestato. Il sole si fa strada attraverso ampi varchi di nuvole, rese sempre
veloci ed imprevedibili dal Signor Vento Polare. Il porto di Ushuaia
è stato riaperto alla navigazione ed il battello - moderno- ci trasporta
attraverso il canale di Beagle, che si chiama così dal nome della nave Beagle
del capitano della Royal Navy Robert FitzRoy, alla prima missione di
esplorazione. Strano tizio il comandante: cercava attraverso i viaggi
avventurosi nei mari australi prove della veridicità biblica. Molte persone
nell'Ottocento credevano che la Bibbia fosse una fonte di informazioni
più che attendibile e attuale: basti ricordare che Kruger, il presidente della
repubblica sudafricana, tanto saggio da aprire la prima riserva naturale
dell'Africa (appunto la Kruger), si dice consultasse la Bibbia per ritrovarvi
anche risposte alle iniziative politiche dei Boeri.
La cosa strana è che, alla seconda
missione, la nave Beagle ospitò un uomo animato da ben altri
intendimenti: Charles Darwin avrebbe tratto la giusta ispirazione per la
teoria dell'evoluzionismo (che avrebbe rivoluzionato tutto il pensiero
scientifico) proprio da quel viaggio (p.e. studiando i becchi degli uccelli,
detti poi fringuelli di Darwin, delle vicine isole Galapagos).
Sulla miriade di isolette del Canale ci sono convegni
naturalistici di ogni tipo che fanno scattare decine e decine di foto, tutte
interessanti: elefanti marini, lobos marinos, cormorani imperiali, palomas
antartiche, gabbiani dal becco rosso, rapaci che attendono pazienti gli errori
di cuccioli e piccoli di ogni specie. E' l'arcipelago Les Eclaireurs,
a 15 km Est da Ushuaia. La puzza di guano è notevole ma stavolta il vento aiuta
le narici, oltre che arrossarle. Doppiamo il Faro di Les Eclaireurs e si
fa ritorno. Da "Tia Elvira" mangiamo una buonissima centolla alla provenzale con una "impepata" di cozze
gigantesche. E' una specie di granseola la centolla. Ci voleva! dopo giorni di carne, carne e carne argentina.
Facciamo nel pomeriggio una visita al
Museo-carcere della città (lo trovo triste e solo istruttivo: quanta sofferenza
trasuda dalle pareti scalcinate delle celle).
2.1.3. El Calafate e provincia di Santa Cruz
El Calafate è una pianta, dai cui frutti si produce una marmellata
simile a quella nostrana di more. La pianta è un arbusto
caratteristico ("Berberis buxifolia").
La città omonima è nella provincia di Santa Cruz, a trecentoventi km a
NO di Rio Gallegos. Una volta non esisteva aeroporto ad El Calafate
e quindi si sbarcava a quello di Rio Gallegos. Era più affascinante il percorso
di prima senza dubbio. Si prendeva il lento torpedone e si attraversava quella
parte di Patagonia che ti premia, dopo tanta steppa,
con la vista del grande Lago Argentino (di nome e di fatto). Sul tale allungato specchio d'acqua si situano El Calafate,
il centro maggiore (cinquemila abitanti), e aggregati di case che non si
possono neanche definire paesi, ad esempio Puerto Bandera che conta
venticinque anime. L'ineffabile bellezza della regione è tutta nella
singolarità della natura: qui, verso il Lago, sboccano, dopo la loro corsa
viscosa, ghiacciai enormi che sono per altitudine, tra i più "bassi"
al mondo. E' come se - chiediamo venia ai geologi per la banalizzazione
- sulle Murge pugliesi o sulle Highlands scozzesi ci fossero ghiacciai
alpini. Nel Parque Nacional de los Glaciares si
incontrano molti colossali fiumi di ghiaccio, eredità dell'ultima
glaciazione.
Il più grande dei due ghiacciai più noti è l'Upsala,
che prende il nome dalla università svedese che ebbe a
studiarlo nel XIX secolo, finanziando diverse spedizioni: mille kmq e sessanta
km di lunghezza (purtroppo si è ritirato nell'ultima decade come molti altri
nel mondo); il fronte del ghiaccio è alto sessanta-ottanta metri e largo
cinque-sette km.
L'altro ghiacciaio, il Perito Moreno ben più famoso (anche per film che
lo citano, es. il gustoso e italiano "Le tre mogli" dove tre mariti
scappano in Patagonia e tre mogli si coalizzano nella
loro ricerca). Porta il nome dello studioso Moreno che svolse
"perizie" per conto del governo argentino volte a definire i confini
della nazione in rapporto ai paesi limitrofi: ma il Moreno non vide mai il
ghiacciaio, che misura "solo" duecento kmq di estensione,
trenta km di lunghezza : il fronte è comunque maestoso con una larghezza di
quattro km ed una altezza che varia tra trenta e sessanta metri.
Ad El Calafate soggiorniamo all'isolato albergo Kau-Yatùn, che in
araucano significa "casa delle stelle". Ed
in effetti, col cielo notturno più sereno che altrove, mi ricollego visivamente
alla Croce del Sud che non rivedevo dai tempi dei viaggi in Africa australe ed
in Asia equatoriale. C'è anche la Via Lattea da mirare ma la visione non è mai
limpida come nei ricordi del bush-savana. Il paese e la Avenida
del Libertador General San Martin sono deserte di sera. Nella notte passa e
ripassa un pick-up con lo stereo a volume elevato con giovani annoiati e
rimaniamo in gruppo per precauzione. Vedere la postazione dei bomberos e
della polizia induce una falsa sensazione di sicurezza: se ti dovesse succedere
qualcosa non lo saprebbe nessuno fino all'alba.
Gradevolissima ed educata la guida Fernando, che abita
con la famiglia in un paese vicino che non ricordo (avrò pensato in quel
momento "ancora più tranquillo di qui?" e non l'ho inteso). Al
sorgere del sole e per raggiungere il villaggio di Puerto Bandera
costeggiamo sulla nostra destra il Lago Argentino che si sveglia nei
colori. Ci attende una giornata di sole e freddo, l'ideale per incontrare i
primi "tempanos", gli iceberg. Con il battello, che
sembra etnicamente una sede distaccata dell'ONU, ci muoviamo imboccando il Brazo
Norte, verso il Brazo Upsala. Il ghiacciaio ha per nunzi apostolici
tutta una serie di muti blocchi di ghiaccio che si ingrandiscono
quanto più ci si avvicina alla sacralità del ghiacciaio-madre. La nave li
scansa con maestrìa questi iceberg, sempre più massicci, policromi e silenti:
evocano figure umane, sembianze animali, oggetti e colgo i commenti più vari e
rapiti dietro tante dita tese ad indicare i fantasmi di ghiaccio. La pace è
rotta solo dal borbottio del motore e dagli scatti degli otturatori fotografici
(per la circostanza adopero anche S.M. Hasselblad che quando scatta ricorda
classicamente "un colpo di tosse di nobile inglese"). La Hasselblad, che è nata in Svezia, sembra riconoscere i
rigori invernali e qui si trova a suo agio (le dico mentalmente di non rimanere
male quando scoprirà che non ci sono renne qui). Scatto anche con la C