DIARIO DI VIAGGI

 

 

 

1. Appunti di un post-viaggio del 2000

(come andare in Africa e non "rientrare" mai)

 

 

Stanotte ho sognato l'Africa del Sud.

Veramente mi è capitato ogni notte e per un mese intero dopo essere rientrato in Europa a fine agosto. Al ritorno ho compiuto un itinerario nel nord Europa, tra Amsterdam, Bruxelles, Lussemburgo e Germania ma ho continuato a sognare. Quasi di continuo il Figlio ha sognato la Madre. Non è malattia perché le malattie non fanno star bene. Mi manca e basta. Come in un sano amore. Non mi manca energia anzi l'idea di tornarvi mi consente di lavorare, nutrirmi, tollerare, godere, gustare, muovermi e star fermo quasi avessi fatto un corso di addestramento psicofisico. alla re-identità.

Torniamo alla "materia di cui son fatti i sogni" - direbbe Shakespeare.

Può essere un sogno brevissimo, quasi un flash, tipo istantanea fotografica: per esempio mi appare un baobab enorme come quello chiamato "Grande Albero" e contemplato al villaggio di Vic Falls. Dicono che quel baobab o mowana (in lingua locale) abbia milleseicento anni. Me lo immagino circondato dai bushmen: i boscimani San, le popolazioni che vi danzavano attorno, erano le incontrastate padrone prima che calassero dal centrafrica (tra il 300 e 700 d.C.) i neri di lingua bantu.

Può essere un sogno classico e completo.

 

Per anni, soprattutto da ragazzo, ho sognato l'Africa di giorno, ad occhi aperti, in quegli infrequenti ma significativi momenti in cui si vuole evadere dalla pressione quotidiana che si va facendo acutamente insopportabile o non gratificante. Sono cresciuto al ritmo dei filmati della Enciclopedia Britannica come oggi i ragazzi crescono a colpi di nutella e telefonini. Ho imparato a filmare e fotografare già a dodici anni per poter un giorno fotografare animali liberi. Allo zoo di Roma - negli anni sessanta - mi feci sbavare da una giraffa che mi sovrastava dalla alta rete perché rapito dalla elegante postura. La mia famiglia ha sempre poi avuto a che fare con l'Africa: uno zio di mia madre si sposò in Egitto al tempo dei lavori del Canale di Suez; un mio fratello ha lavorato per anni in Libia; mio padre vi ha soggiornato dal 1936 al 1946, tra ex-Africa italiana e Kenia; sua sorella e suo fratello minori hanno lavorato in Nigeria negli anni sessanta; ecc. Ricordo ancora il profumo intenso di una banana "vera" che mia zia tirò fuori dal borsone e mi offrì, appena scesa allo scalo di Ciampino, a Roma: a nove anni, quel frutto - che lei avrebbe anche scartato perché troppo maturo - aveva un odore di tale intensità che la proporzione tra quella banana ed una banana comperata in Italia era quella che corre tra l'amore ed una semplice attrazione. Ed io avrei voluto "stare" con i geki grandi che dalla parete di casa, a Lagos, spaventavano la zia e che contemplavo nelle diapositive più degli umani rappresentati. Mi chiedevo perché gli zii non approfittassero mai per andare in escursione nelle foreste pluviali e si limitassero a mirarne i bordi. Personalmente non mi piacciono i bordi. Quando ho messo piede la prima volta in Africa, in Tunisia, avevo venti anni e lì - un Annibale al contrario - giurai che ci sarei tornato.

Successe un fatto al lavoro. Proprio due anni fa, da adulto maturo, durante una riunione di lavoro più stupida e stressante che mai. Mi fu subito chiaro che stavo per esplodere davanti a tutti, colmo di insostenibile disgusto. Micidiale è la mistura di noia e forte irritazione che ci prendono talora dinanzi alla passività e resistenza altrui: soprattutto quando gli eventi incalzano e quando questi ultimi sono di vitale importanza per la sopravvivenza del lavoro stesso. Questo forse fa la differenza tra gli uomini: c'è chi è Ulisse e chi rimane Telemaco o Penelope. Proprio allora, dunque, per non esplodere, mi presi subito mentalmente cura di quella parte gemente in me che era lì lì per fuoriuscire ed invadere la stanza di lavoro e che sarebbe stata paradossalmente considerata "folle". Cercai di tranquillizzarmi parlandomi mentalmente:

E fu lì, in quella mastodontica sala di riunioni dirigenziali che quella parte sussurrò:

E mi sono inchiavicato con una promessa bella grossa ed ogni promessa è debito (anche verso se stessi). Sono così andato in Africa australe, per neanche un mese.

Prima sognavo da ragazzino l'Africa con la fantasia. Ora che ho visitato nella realtà della veglia alcuni angoli remoti del Continente Nero, il ritmo si è invertito e sogno l'Africa di notte. Una bella inversione. Ma è giusto sognare di notte.

Un bellissimo sogno (notturno) è stato questo.

Sono in una situazione critica che ricorda un naufragio avvenuto da poco. Non più tempeste di mare e cielo. Non vedo segni di naufragio sulla battigia di quella terra per me esotica ma so che sono scampato ad un rischio di vita. Una specie di isola, assai grande deve essere quella che calpesto con piede sempre più sicuro (dopo gli iniziali squilibri).

Ripensandoci l'isola del sogno mi ricorda da sveglio la zona insulare formata dal fiume africano Chobe, affluente dello Zambesi, nel suo tratto tra Botswana e Zambia, così come l'ho osservata da un natante partito da Kasane. Lo Zambesi è il grande fiume che forma le cascate Vittoria e più ad est il Lago artificiale di Kariba. La diga di Kariba è stata costruita dagli italiani negli anni cinquanta ma il lavoro fu funestato da incidenti luttuosi perché - dicevano i locali - il dio Nyami-Nyami, nume tutelare dello Zambesi (collega del dio Tevere) si era alquanto arrabbiato per l'affronto operato dagli umani. Tutta l'area è bellissima dal punto di vista della fauna e flora ma al piccolo Chobe è legata una riserva naturale che non demerita neanche rispetto al paradisiaco delta dell'Okavango. Chobe e Okavango, in Botswana sono tra i posti più pulsanti di vita della intera Africa. L'Okavango è ancora più poetico in quanto è fiume che non vedrà mai un mare e muore in pieno deserto allargandosi in un delta abortito che è grande quanto l'Irlanda.

Sogno una bella area di verde alternato ad arena, un bush arricchito da piogge più generose del solito.

Uno sguardo quasi dall'alto di un barcone, eppure sono a piedi. Come mai sono così alto e sicuro di me? sono più alto di un giocatore di pallacanestro. Avanti a me si aprono tratti di foresta fluviale con tronchi lambiti o semisommersi dalle acque tranquille (dolci?), in mezzo bush verde ed indietro sullo sfondo una cornice subcontinua di acacie. Ci sono animali anche dove non ne vedo. Anche predatori. Ma non ho paura, solo qualche timore guerriero.

Sì, di quegli animali fieri di essere africani, che sembrano indolenti sino a quando non li ammiri in azione subitanea. Folgori di nervi e muscoli. Rocce di carne e ossa che si animano all'improvviso e che scattano spezzando il profilo della terra che stai sorvolando con il binocolo. I coccodrilli del nilo. Sottomarini che emergono dalla terra per predare il cibo quotidiano. L'animale era lì, qualche secondo prima e non si distingueva da sassi ed arbusti, da fango e infiorescenze. Ora sta qui, eretto ed imponente, con un altro animale (non sempre più piccolo) tra le zanne ed il predato si divincola, talora riesce a scampare, più spesso non si agita più dopo alcuni minuti di agonia... Una storia che colpisce ancora lo spettatore umano che dovrebbe esservi abituato da milioni di anni. Crudeltà? Non so. Una volta ho visto in documentario due aquile pescatrici contendersi un fenicottero ferito da una sola di loro: tra i due litiganti il trampoliere riuscì ad allontanarsi in una livrea rosa e rosso sangue, inscenando una danza macabra e grottesca sulle zampe longilinee e malferme. Mi hanno raccontato di un bufalo isolato dalla mandria ed attaccato dai leoni che era riuscito a trarsi temporaneamente in salvo lungo la riva del fiume: durò una decina di ore il suo andirivieni dalla riva e verso la riva, in una terra di nessuno tra potenze spietate, stretto dai pazienti felini da un lato e dai sonnacchiosi coccodrilli dall'altra. Ore di speranza frustrata perché comunque il suo destino era oramai segnato. Il bufalo stremato ad un tratto decise: meglio una morte più nobile e soccombere da mammifero - in una contesa tra mammiferi - e così lui, che tante volte aveva nuotato sicuro nel fiume scurito dalla possente mandria nera, ritenne di andare incontro ai leoni, come un eroe greco che nel momento della imminente morte fissasse negli occhi i persiani. Qualcuno si ostina a dire di no ma in effetti "la natura ha i denti sporchi di sangue", come scrisse Darwin. Non è cattiva, non è buona, perché non è etica. E' natura e basta e preesisteva alla nascita della morale "genitoriale" ed etica "adulta".

Acque marine lambiscono la riva, dietro di me, da dove sono arrivato in quell'eden. Ora sono tranquille quelle acque, quasi degne di un villaggio turistico alla moda. Senza gente.

Non avevo paura delle fiere che si aggiravano sicuramente intorno annusando presenza umana. I leoni odiano il lezzo umano così diverso dallo sterco di elefante: figuriamoci il lezzo dell'uomo moderno. Alcuni turisti si intestardiscono a mettere il dopo-barba o profumi anche nella savana, divenendo riconoscibili a miglia.

Avevo esperienza di posti simili: il problema vero non erano le fiere bensì la mancanza di un rifugio. Dovevo costruirmi con sassi e rami ricchi di foglie e spine un sicuro ricovero e l'idea mi piaceva.

Mi sentivo un novello Robinson Crusoe (giuro che, all'epoca del sogno, non avevo ancora visto Cast away con Tom Hanks).

Mentre costruisco il riparo mi accorgo che mi manca una cosa per essere completamente felice: voglio con me un bambino (nero?) da adottare ed allevare sin da piccolo; una specie di Venerdì quasi lattante che non sarà schiavo che della bellezza. Sì un bambino, non un lattante, magari più grande con il quale dividere esperienze antiche e nuove, cui insegnare l'italiano.

Sì gli insegnerei l'italiano, gli comunicherei le mie esperienze. Quel ragazzo "africanizzato" nella realtà sembra mio figlio. Dunque, anche nel sogno non vorrei mai rinunciare alla mia "italianità". Questo mi autorizza a pensare che non fuggo da nulla con l'Africa: è solo un ritorno alle origini di me-uomo. Sono fortunato ad essere un "europeo di nazionalità europea" ma accetto meno le indubbie responsabilità storiche che ci derivano dall'essere discendenti di chi ha colonizzato con onnipotenza e senza scrupoli di sorta: noi allora, nel 1800, "scoprivamo" (credendo di essere primi) quegli scenari che esistevano da sempre e con spocchiosa spavalderia battezzavamo con nuovi nomi quel che gli indigeni da sempre chiamavano in altro modo. Quanti di noi confondono per esempio il Lago Vittoria con le Cascate Vittoria? In onore della regina puritana si intitolavano con lo stesso nome luoghi geograficamente lontani e dissimili. Le cascate Vittoria si sarebbero almeno dovute chiamare Livingstone dal nome del loro "scopritore", invece no, ebbero il nome di una regina, come in Italia la pizza "margherita". Non era più poetico il nome dato dagli indigeni? Mosi-Oa-Tunya (vedi foto dall'elicottero) in lingua Kololo significa "Fumo che tuona" ed è vero che gli spruzzi vaporizzati di queste cataratte sono talora visibili a ottanta chilometri (nella stagione umida) ed il rumore può udirsi ad una quarantina di chilometri. Un Fumo che tuona, dunque.

Il bianco continuava a scoprire cose che alle altre razze erano già note e con caparbia onnipotenza il demiurgo mutava nomi di luoghi riveriti da tempo immemorabile perché tutto fosse a "sua" immagine e somiglianza. Così oggi, nella globalizzazione di informazione e mercati (ma non di risorse fruibili da tutti), se entri in un ipermercato non sai se ti trovi a New York, a Barcellona o a Montreal. Il bianco aveva già "scoperto" le Americhe, portando polvere da sparo, morbillo, e bibbia: ora gli mancava l'Africa ed è stato bravo a distruggere il Continente nero in un secolo. In un solo secolo.

 

 

 

IL GRANDE ALBERO

La strada ha un manto di asfalto alquanto approssimativo e si chiama Zambesi Drive. Si allontana dal centro del villaggio di Victoria Falls, snodandosi per alcuni chilometri lungo la riva destra del fiume Zambesi. Cartelli avvisano che procedere a piedi, verso il big tree (nostra meta) può comportare l'incontro con animali selvatici. Siamo in quattro e decidiamo di spingerci oltre perché tutti sentiamo nelle gambe i segni di ore di viaggio in aereo e corriera. Il sole è ancora alto sull'orizzonte (mancano più di due ore al tramonto), eppoi che paura c'è? Il nastro di asfalto pare rassicurarci sulla persistenza della civiltà urbana. Incontriamo quasi subito escrementi di elefanti abbastanza fresche e penso che non è come impattare escrementi di mucca su una strada appenninica. Qui ci sono elefanti in libertà da qualche parte, vicini. Questa è poi l'ora in cui i pachidermi amano riunirsi presso e dentro l'acqua per ristorarsi e tornare ad indossare il frac serale nerolucido che gli è proprio e che è stato mascherato durante il giorno da abbondanti spruzzi di polvere e fango semisecco al fine di mitigare la invadenza dei parassiti e del calore atmosferico. Quando gli elefanti allentano i propri sfinteri lo fanno con poca parsimonia e spesso urinano sul colle di escrementi in maniera caratteristica.

Il Big Tree verso cui marciamo in silenzio rispettoso è un bao-bab (qui mowana) che probabilmente conta più di un millennio di vita ed ha una circonferenza di una trentina di metri.

Il bao-bab è noto come l'albero capovolto secondo varie leggende. Nelle credenze Khoi-san all'inizio dei tempi il Creatore diede ad ogni animale un albero da piantare; quando arrivò il turno della iena tutti gli alberi più belli erano terminati e ne rimaneva uno brutto tanto grosso quanto alto e senza foglie. La iena si arrabbiò tantissimo e stizzita piantò l'albero al contrario. Era il bao bab.

L'albero è veramente maestoso ma è tardi si deve rientrare prima che faccia buio.

Nel procedere a piedi ci attraversa la strada una fila indiana di galline faraone poi mi blocco perché sono a tu per tu con un facocero , a non più di dieci metri da me, ad ore tre dalla mia posizione. Decidiamo di ignorarci perché - entrambi - siamo animali impauriti. Non solleviamo il nostro sguardo e ci allontaniamo con dignitosa fuga, con gli occhi alle spalle ( - mi sta caricando? - mi chiedo). Il villaggio ed il tramonto si avvicinano: il tempo per fare una foto sulla riva del fiume (- Ci sono coccodrilli qui? O le acque sono troppo mosse per i rettiloni? )

Quando comincio a ritenermi al sicuro (le uniche armi di cui disponiamo sono fotocamere), si ferma un fuoristrada enorme. Ci hanno visto a piedi ed ci avvisano: "dopo la curva ci sono due grossi elefanti maschi", dicono in inglese. Ringrazio e sto per gridare "Fatemi salire a bordo!" ma i sadici ripartono con un delizioso "Bye, bye.". Maledico la passeggiata a piedi: non siamo a Dublino qui e gli elefanti ci sono davvero e stanno giocando con i rami di acacia. Mi sembrano brontosauri dalle dimensioni. Che fare? Come fanno gli indigeni, penso, e li ignoriamo sperando che anche loro lo facciano. Ci è andata bene. Mai il villaggio mi è sembrato più bello, dopo la leggera salita.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PILGRIM'S SKY

El silencio redondo de la noche

sobre el pentagrama

del infinito

Il rotondo silenzio della notte

sul pentagramma

dell'infinito

(Hora de estrellas, Ora stellata - F.Garcia Lorca)

Il cielo dell'emisfero australe ha orizzonti che percepisco profondi e irreali. Come attraverso un obiettivo grandangolare di fotocamera. Sia di giorno che di notte.

Di giorno il bush (anzi l'altopiano a boscaglia, il bushveld) è sconfinato; dall'alto della rupe dove mi ritrovo rapito a guardare un nuovo infinito, qui nel sud della riserva naturale Kruger (Sud Africa), il bush ha il colore di una spiaggia dove l'arena pur sgomitando vittoriosa sulla flora vinta non ha ancora realizzato il deserto totale; ecco, il suolo non è desertico perché punteggiato da una costellazione di punti e macchie di verde che vira verso il pallido. La maggior parte di tali agglomerati verdi (c'è anche del grigio) rivelano di essere gruppi di acacie la cui ombra è stinta come il tronco; qui è là fiammeggia il tronco di una acacia della febbre gialla. Di alcune macchie di vegetazione intisichita ti chiedi se esse possono essere in lento movimento o se è il tuo cervello ad ingannarti visto che riesce a cuocere anche sotto il sole invernale. No, non sono flora, al binocolo ti accorgi che si tratta di gruppi di erbivori, zebre di Bucchell, rari gnu, impala: fauna persa e dispersa nella distesa di quel mondo che si incurva d'azzurro verso l'orizzonte, quasi ci fosse un mare tra terra arsa e cielo terso. No, è solo una illusione ottica di quelle africane descritte da Hemingway in True in the first light (Vero all'alba): non è vero che quella è una spiaggia, non è vero che quella è un mare (e infatti a ben guardare la linea dell'acqua scappa, si allontana sempre di più sotto lo sguardo, non è nitida e scompare alla visione veritiera del binocolo). Qui di acqua, nell'inverno, ce n'è ancora una piccola riserva nei corpi di quegli organismi che sanno sopravvivere alla siccità.

La notte australe poi è un'altra cosa. La Croce del Sud attira primariamente lo sguardo, quasi catturandolo. A malincuore ti dai il permesso di curiosare intorno e fuori della Croce che indica il sud - mi viene in mente che è come quando vedi un leone: c'è lui e basta. Allora e solo allora vedi il Resto: il nero è trafitto da capocchie di spillo lucenti, fiabesche; il cielo paragonato al nostro è assai favorito dalla trasparenza e sembra pullulare di luci come una barriera corallina pullula di vita ad ogni livello di osservazione. La prima volta che ho sollevato lo sguardo all'insù è stato in una notte serena e fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori d'oro a nord di Pretoria e Belfast, nel Gauteng, in prossimità della riserva Kruger. Non un vuoto risucchiante di angoscia fetale ma il sereno dondolìo di infinito, un gioioso albero di natale. I cercatori di oro che venivano a riposare qui in scenari simili a quelli western del nordamerica erano chiamati "pellegrini" proprio perché privi di residenza fissa ed il nome del paese ligneo che si adagia sulla strada, Pilgrim's Rest significa "riposo del pellegrino." Anche loro, mi immagino, dovevano alzare lo sguardo all'oro del cielo quando smettevano di pensare ossessivamente all'oro della terra: il momento degli inventari, delle paure e sogni onnipotenti è sempre la notte, sovrana del riposo umano.

 

NOTTE DI HAZIVIEW

Incredibile. A soli cento passi dalla "civile" abitazione (un lodge), in direzione dello specchio lacustre, mi sento diverso nel mentre sprofondo nel buio.

Attraverso un nugolo di zanzare (non le potevo vedere) e spero nella efficacia della chemioprofilassi antimalarica.

Le acacie spinose possono offendere il viso se incautamente cerchi di attraversare ramuscoli a volto scoperto.

Mi fermo e ascolto. Cresce il frastuono di vita che anima le acque di quel mondo. Linfa quae facit laetas segetes fa lieta non solo i campi ma qualunque cosa abbia radici, si muova, strisci, voli e finisca per morire nella vendetta della rinascita attraverso la propria specie.

Un incalzare e coprirsi reciproco di voci notturne per lo più sconosciute, quasi che anche le sonorità condividano il destino di lotta tra specie diverse. Ascolto.

Ecco: ora predomina il cra-cra metallico di un anfibio anuro (un rospo in amore?), ora colgo dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli? sono anfibi anch'essi?). Inutile. Quando stai per concentrare e selezionare la sorgente sonora, essa soccombe ad una nuova e ricominci daccapo. E se quella cosa che sembra un fremito fosse un leopardo in avvicinamento?

Di notte il continente nero si prende ogni rivincita e la sicumera bianca diviene paura. Sale la paura, come una marea di lento orrore, sale dalle scarpe affondate nella soffice erba o urtate dalla roccia. Beninteso, le scarpe non le vedi più, la vista non percepisce oltre le proprie ginocchia e sei costretto ad acuire le sensazioni tattili, magari accavallando le dita per sentire le estremità. Sale la paura di essere solo, alla mercé di tanti fantasmi che sai essere vicini e ti blocchi nel respiro perché anche il rumore dei tuoi polmoni ostacola l'ascolto dell'ambiente esterno. Ancora un rumore, uno scricchiolìo...E questo? la passeggiata frusciante di un pitone che lascia la tana per la caccia notturna...?

Peccato che gli uomini non abbiano naturalmente una visione agli infrarossi. La tensione è tale che non scappi: dolce, selvatica, a trecentosessanta gradi. E vivi, eccitato, in attesa del nuovo segno di vita (o di morte) da cogliere nella folla di urli, risate, gracchiamenti e gracidii e tra onde di fogliame che si frangono sulla fragilità di essere solo.

Dio mio, qui è vero che non hai scelta: o ti senti parte del Tutto o ti senti escluso e minacciato da Tutto.

Mi dico di non vergognarmi se ho anche voglia di scappare. E' da coraggiosi avere una sana paura. E decido di rimanere per mezzora fermo come una acacia tra le acacie. Ora capisco perché Hemingway talora uscisse da solo, di notte, nella savana, armato solo di lancia: la ineffabile ambiguità di essere contemporaneamente predatore e predato.

Ma io ora torno perché non mi va di sfidare la fortuna. Di essere ancora vivo.

 

 

 

 

TRAMONTI

Pregate la vostra buona sorte che non vi capiti un tramonto di quelli da moglie di Loth perché altrimenti rimarrete impietriti come il personaggio biblico già nei primi giorni di permanenza in Africa. Se si chiama sindrome di Stendhal quella che vi può capitare di beccarvi dinanzi ad un manufatto artistico dell'uomo, si può chiamare sindrome della moglie di Loth quella che capita dinanzi ad uno spettacolo naturale (un mistico direbbe "manufatto di dio"). A me è capitato di ammalarmi calato in un tramonto sullo Zambesi, nel tratto lento e nobile che precede le cataratte di Victoria Falls, tra Zimbabwe e Zambia: ci si pietrifica dappertutto fuorché negli occhi che continuano a volteggiare qui e là nella spasmodica ricerca di particolari cromatici da indirizzare sulla retina in tripudio. Alcune percezioni mi sono sembrate psichedeliche tra le isole di Lwanda (Long island) e Kalunda.

E come esprimere il tramonto trionfale sul Chobe, nel Botswana?

Il sole che cade velocemente, il nostro barcone silente (a motori spenti) tra istmi di terra bruna inframezzati da acqua rilassata. Sulla superficie riflettente, con lo sfondo di un gruppo di elefanti neri e lucidi al bagno (due adolescenti giocano a spingersi di testa), due becchi a forbice volano radenti il pelo rosa e nero dell'acqua raccogliendo larve di insetti e disegnando con il becco parti di ellissi; si inseguono (sono una coppia) i due uccelli e creano un movimento artistico sulla tela dell'acqua: immagini speculari di ali che si combinano a quei cerchi di acqua smossa, pennellate impressionistiche di grande estro, come neanche a Claude Monet è riuscito di carpire alla natura. Se non fosse per il caldo le piroette dei volatili mi ricorderebbero quelle di una coppia di innamorati visti sulla pista di ghiaccio del Rockfeller Centre di NYC. Nella incertezza della luce calante ho fatto in tempo a cogliere un paio di ippopotami che elargivano una apparenza di rotonda passività. Quando nel campo percettivo (di luci e suoni) sono entrati degli impala fruscianti di eleganza, il quadro è divenuto completo. Non era comunque opera umana. La firma era di un dio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sogno africano (vers. lunga)

Il  bushveld.  Dall'alto della rupe e dell'osservatorio, dopo il primo smarrito respiro dinanzi alla vastità, mi decido  e getto lo sguardo verso l' altopiano che si apre e srotola boscaglie rade. Ho creduto che lo sguardo obbedisse e tornasse a me. Come un uccello ben addestrato. O una sonda esplorativa che si lancia fuori bordo della nave che va per spazi marini o siderali. Ma lo sguardo più e più volte lanciato non torna più all'Arca. Non si torna dall'infinito. Da qui il Kruger,  nel secco inverno sudafricano,  ha il colore di una spiaggia che rincorre un oceano che fugge più veloce dell'inseguitore ma non avrà mai l'ordine sublime del deserto. L'arena, pur avanzando e soffocando la flora esausta, sfinita dal vento, dalle trombe d'aria e dalla siccità, sa di non aver vinto; e, la memoria delle stagioni e dei vivi tramanda che piogge arriveranno a dissetare chi ha saputo resistere: e i mantelli vegetali e animali si scuriranno di nuovo rigogliosi e forti.  Vedo.  Sotto di me una costellazione di colori e macchie ondulate vira verso il pallido. Famiglie  di acacie hanno persino l'ombra che  è stinta quanto il tronco; qui e là fiammeggia di maggiore vita la corteccia rosicchiata di una acacia della febbre gialla (così le chiamavano i boeri ritenendo che cagionassero il paludismo). Ci sono lì altre macchie di un cromatismo intisichito:  ti chiedi se esse sono calate in un miraggio di lento movimento o se è il tuo cervello ad ingannarti visto che il sole invernale non scherza in quanto a calore. E' vegetazione? No, il binocolo mostra che si tratta di gruppi di erbivori, zebre di Burchell,  rari gnu, impala resi immobili dalla distanza: fauna persa e dispersa  in quel mondo che si incurva virando d' azzurro verso l'orizzonte, quasi a disegnare un mare tra terra arsa e cielo terso.  No,  è solo una illusione ottica. Di quelle africane.

Diverso è a nord, nel territorio tra il fiume Zambesi e il suo affluente Chobe, tra Zimbabwe e Botswana. Ci arriviamo dopo giorni. Più acqua, più animali.

Un ranger fissa il tramonto dal bordo del battello che ci trascina tra le isole di Lwanda e Kalunda: in quel tratto pigro del fiume Zambesi che non lascia presagire la furia delle Cascate Vittoria,  alcune percezioni al tramonto mi sono sembrate psichedeliche. Mi racconta di un bufalo isolato dalla mandria ed attaccato dai leoni che era riuscito a trarsi temporaneamente in salvo lungo la riva del fiume: durò una decina di ore il suo andirivieni dalla riva e verso la riva, in una terra di nessuno tra potenze spietate: era stretto dai pazienti felini da un lato e dai sonnacchiosi coccodrilli dall'altra. Ore di speranza frustrata perché comunque il suo destino era oramai segnato. Ed il bufalo stremato ad un tratto decise: meglio una morte più nobile e soccombere  da mammifero in una contesa tra mammiferi. E così lui, che tante volte aveva guidato sicuro nel fiume la possente mandria nera, ritenne di andare incontro ai leoni, come un eroe greco che nel momento della imminente morte fissasse negli occhi i persiani con sguardo mai dominato. E' una mia impressione o non sono così gli animali del resto del mondo? Qui gli animali sembrano tutti fieri, nella vittoria e nella sconfitta; e tutti sembrano passivi, indolenti sino a quando non li ammiri nell'atto predatorio o di fuga. II coccodrilli, per esempio: folgori di nervi e muscoli in azione, rocce di carne e ossa nella attesa; quando si animano all'improvviso e scattano spezzano il profilo della superficie come fanno i sottomarini con i ghiacci. Un animale (non sempre più piccolo) tra le zanne di un altro animale. Un sisma di morte eppoi la immobilità impera di nuovo.

 

E' scesa la notte sul campo di tende. La Croce del Sud, favorita dalla incontaminata atmosfera, è un segnale ipnotico di luci. Solo dopo molto tempo ti accorgi del Resto (del cielo): spilli lucenti trafiggono nero di fiaba. La prima volta che ho sollevato lo sguardo all'insù è stato in una notte serena e fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori d'oro a nord di Pretoria. Comunque non conviene tenere troppo lo sguardo al cielo, soprattutto di notte e in Africa.

Confondo due notti tra loro: ad Haziview, in Sudafrica, e a Kasane, nel Botswana. Unica è stata la impressione di potenza e impotenza.  A soli cento passi dal protettivo  boma,  in direzione dello specchio d'acqua,  al di là di un nugolo di zanzare e acacie, sprofondo nel soffice buio. Senza luna. Ascolto. Frastuono crescente. Percepisco cose che hanno radici, si muovono, cantano, strisciano, volano. Voci notturne  per lo più sconosciute che incalzano e tendono a coprirsi vicendevolmente. Una lotta per la sopravvivenza  tra specie sonore diverse. Ora predomina il cra-cra metallico di un rospo in amore, ora cogli dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli?). Inutile. Quando stai per concentrare e selezionare la sorgente sonora, essa soccombe ad una nuova e ricominci daccapo. E se quella cosa che sembra un fremito asmatico fosse un leopardo in avvicinamento? Se incroci un leopardo non incrociarne lo sguardo, mi ripeto quel che ha raccomandato il ranger ma io di certo non vedo nulla, lui sì.  Di notte il continente nero si prende ogni rivincita e la sicumera bianca è naufraga. Sale la marea di lento orrore, sale dalle scarpe affondate nella soffice erba o urtate dalla roccia. Non le vedi neanche le tue scarpe ed acuisci le sensazioni tattili, magari accavallando le dita per sentire i piedi. Essere alla mercé di tante presenze e bloccarsi nel respiro per non tradirsi ed ascoltare. Ancora un rumore, uno scricchiolìo…E questo cosa sarà? Vorrei essere un pitone che lascia sicuro la tana per la caccia notturna. No, non scappi subito: dolce, selvatica, la coscienza si apre a trecentosessanta gradi. E vivi, eccitato, in attesa del nuovo segno di vita (o di morte?) da cogliere nella folla di urli, risate, gracchiamenti e gracidii e tra onde di fogliame che si frangono sulla fragilità di chi è solo. Qui è vero che non hai scelta: o ti senti parte del Tutto o ti senti escluso e minacciato da Tutto. Ora capisco  perché Hemingway talora uscisse da solo, di notte, nella savana, armato solo di lancia: la ineffabile ambiguità di essere contemporaneamente predatore e predato. Ma io ora torno perché non mi va di sfidare la fortuna. Di essere ancora vivo.

TRAMONTI

Pregate la vostra buona sorte che non vi capiti un tramonto di quelli da moglie di Loth perché altrimenti rimarrete impietriti come il personaggio biblico già nei primi giorni di permanenza in Africa. Se si chiama sindrome di Stendhal quella che vi può capitare di beccarvi dinanzi ad un manufatto artistico dell'uomo, si può chiamare sindrome della moglie di Loth quella che capita dinanzi ad uno spettacolo naturale (un mistico direbbe "manufatto di dio"). A me è capitato di ammalarmi calato in un tramonto sullo Zambesi, nel tratto lento e nobile che precede le cataratte di Victoria Falls, tra Zimbabwe e Zambia: ci si pietrifica dappertutto fuorché negli occhi che continuano a volteggiare qui e là nella spasmodica ricerca di particolari cromatici da indirizzare sulla retina in tripudio. E come esprimere il tramonto trionfale sul Chobe, nel Botswana?

Il sole che cade velocemente, il nostro barcone silente (a motori spenti) tra istmi di terra bruna inframezzati da acqua rilassata. Sulla superficie riflettente, con lo sfondo di un gruppo di elefanti neri e lucidi al bagno (due adolescenti giocano a spingersi di testa), due becchi a forbice volano radenti il pelo rosa e nero dell'acqua raccogliendo larve di insetti e disegnando con il becco parti di ellissi; si inseguono (sono una coppia) i due uccelli e creano un movimento artistico sulla tela dell'acqua: immagini speculari di ali che si potrebbe vedere capovolte si combinano a quei cerchi di acqua smossa, pennellate impressionistiche di grande estro, come neanche a Claude Monet è riuscito di carpire alla natura. Se non fosse per il caldo le piroette dei volatili mi ricorderebbero quelle di una coppia di innamorati visti sulla pista di ghiaccio del  Rockfeller Centre di NYC. Nella incertezza della luce calante ho fatto in tempo a cogliere un paio di ippopotami che elargivano una apparenza di rotonda passività. Quando nel campo percettivo (di luci e suoni) sono entrati degli impala fruscianti di eleganza, il quadro è divenuto completo. Non era comunque opera umana. La firma era di un dio.

 

 

 

Giorno africano (formato concorsuale)

 

GIORNO AFRICANO. Dall'alto della rupe, dopo il primo smarrimento, mi decido  e getto lo sguardo verso il bushveld.  L' altopiano si apre e srotola boscaglie rade nel vuoto illimitato. Credevo che lo sguardo obbedisse e tornasse a me, come un uccello ben addestrato o una sonda che si lancia in esplorazione fuori bordo. Lo sguardo più e più volte lanciato non torna all'Arca. Da qui il Kruger,  nell'inverno secco sudafricano,  ha il colore di una spiaggia senza fine ma non ha l'ordine sublime del deserto. L'arena, pur irridendo sorniona la flora esausta, vinta dal vento e dalla siccità, non ha ancora vinto; e, se ha memoria delle stagioni, sa che non vincerà perché arriveranno le piogge a dissetare chi ha resistito: mantelli vegetali e animali si scuriranno rigogliosi e folti. Ecco gruppi di acacie la cui ombra è stinta quanto il tronco; qui e là fiammeggia di orgogliosa vita il legno roso di una acacia della febbre gialla. Ci sono altre macchie intisichite e ti chiedi se esse siano un miraggio di movimento: no, al binocolo, si tratta di gruppi lenti di erbivori, zebre di Burchell, gnu, impala quasi immobili nella distanza. Fauna persa e dispersa  nello scenario che falsamente si incurva verso l'orizzonte virando verso l'azzurro, quasi a disegnare un mare tra terra arsa e cielo terso.

Il paesaggio cambia verso nord, nel territorio tra i fiumi  Zambesi e Chobe, tra Zimbabwe e Botswana. Ci arriviamo dopo giorni. Si racconta di un bufalo cafro, che, isolato e attaccato dai leoni, riuscì a rifugiarsi lungo la riva del fiume, in una terra di nessuno tra potenze spietate: stretto su due fronti, tra pazienti felini da un lato e sonnacchiosi coccodrilli dall'altra. Dopo ore ed ore il bufalo stremato ad un tratto decise: meglio soccombere  da mammifero in una contesa tra mammiferi. E così andò incontro ai leoni, come un eroe greco che nel momento della morte fissasse negli occhi i persiani con sguardo mai chino. In Africa tutti gli animali sembrano più fieri, anche nella sconfitta. Eppoi tutto sembra così pigro ed indolente fino a che un sisma di morte non turba l'aria immota. E' scesa la notte sul campo di tende. Un' altra giornata si è conclusa e ci si sente (dopo quanti anni?) serenamente stravolti dalla fatica.

NOTTE AFRICANA. La Croce del Sud, favorita dalla incontaminata atmosfera, è un canto ipnotico di luci. Solo dopo molto tempo ti accorgi del resto,  degli spilli lucenti nel cielo. La prima volta che ho sollevato lo sguardo all'insù è stato in una notte fredda a Pilgrim's Rest, il luogo dei cercatori d'oro a nord di Pretoria. Comunque non conviene tenere troppo lo sguardo al cielo, soprattutto di notte. La notte ad Haziview, in Sudafrica, e quella di Kasane, ad un'ora di auto dalle cascate Vittoria, si confondono in un magma proustiano di paura.  A soli cento passi fuori del recinto-boma in direzione dello specchio d'acqua,  sprofondo nel buio senza luna. Percepire senza vedere: cose che hanno radici, si muovono, strisciano, volano. Qui non dorme proprio nessuno e nessuno riposa.  Un conflitto incalzante di voci ignote, quasi una lotta per la sopravvivenza  tra specie sonore diverse. Ascolto. Ora predomina il cra-cra metallico di un rospo in amore, ora si colgono dei fischi prolungati o ad intermittenza (sono uccelli?). Inutile. Appena sei per selezionare la sorgente sonora, essa soccombe ad una nuova e ricominci daccapo. E se fosse il fremito asmatico di un leopardo in avvicinamento? Di notte il continente nero si prende ogni rivincita e la sicumera bianca diviene paura. Sale la paura, come una marea fredda e lenta, ti sale dalle scarpe affondate nella soffice erba o urtate dalla roccia. Non vedo neanche nella pece oltre le mie ginocchia e accavallo le dita per sentire le estremità. Blocchi anche il respiro per aumentare la trasparenza. Ora scoppia uno scricchiolìo…E questo cosa sarà? E invidi la vista del pitone che lascia nottambulo la tana per la caccia. La tensione è dolce, selvatica, a trecentosessanta gradi, in attesa del nuovo segno di vita (o di morte) da cogliere. Immerso nella folla di urli, risatine, gracchiamentil, gracidii, e tra onde fruscianti di fogliame che si frangono sulla fragile solitudine di uomo, capisco Hemingway quando usciva da solo, di notte, nella savana, armato unicamente di lancia. Nella ineffabile ambiguità di essere contemporaneamente predatore e predato, non c'è scelta: sentirsi parte del Tutto o sentirsi  escluso e minacciato da Tutto.

 

 

 

 

2. PATAGONIA & DINTORNI

Appunti di viaggio 2003

La Patagonia evoca a livello di fantasie e letteratura salti in un mondo parallelo dove i centimetri divengono metri ed i secondi divengono giorni.

Tutto è particolare e senza dimensioni in Patagonia. Anche il vento che scende dalla Cordigliera andina è spropositato e batte senza sosta la steppa della Patagonia argentina. Frotte di esploratori, emigranti, disperati, transfughi si sono dispersi (o hanno tentato di disperdersi) nella vastità lasciandosi alle spalle qualcosa. Così questa terra ai confini del mondo e senza confini essa stessa ha attratto nei secoli il cammino di tanti viaggiatori affascinati dal mito e dalle leggende. Il navigatore portoghese Magellano vi si intestardì a trovare lo stretto che da lui prese nome: lo accompagnava il nostro connazionale Antonio Pigafetta, autore di un diario di bordo importante dal punto di vista etnografico e letterario. Darwin con il comandante FitzRoy passarono di qui. I salesiani Giuseppe Fagnano e Alberto Maria de Agostini tentarono di difendere gli ultimi indios della Terra del Fuoco.

Butch Cassidy e la sua banda, per sfuggire alla ricerca della agenzia Pinkerton, si rifugiarono qui. Così più modernamente ufficiali nazisti per sfuggire al Mossad israeliano. Qui nessuno sembra ti facesse domande, come nella Legione Straniera. Bruce Chatwin che scrisse "In Patagonia", considerato il prototipo dei libri sui viaggi, la percorse tutta a piedi, riempiendo di note i suoi "moleskine"; se si legge"Patagonia express" di Luis Sepulveda, si ritrova lo spirito e la presenza di Bruce dappertutto.

Una volta, quando si parlava di umanoidi come fenomeni da baraccone si diceva che un "Uomo Patagonio" o un "Sansone Patagonico" si sarebbero cimentati dinanzi al pubblico della fiera in una dimostrazione di forza "bruta". Giovanni Battista Belzoni (1778-1823), che fisicamente era un "titano " muscoloso di due metri, quando, originario di Padova, visse a Londra, si esibiva sollevando una piramide umana di dodici persone nello spettacolo chiamato "Insoliti esercizi del Sansone Patagoniano". Naturalmente faceva l'artista di fiera prima di divenire famoso per le doti esploratrici e archeologiche (tra l'altro scoprì l'ingresso della Piramide di Chefren a Giza, in Egitto). Quindi "patagonico", "patagoniano" era nel 1800 garanzia di spettacolo senza eguali (chi avrebbe mai potuto verificare il vero con una terra così lontana da Londra?). La stessa parola "patagonia" sembra derivasse dai Patagoni "uomini dai piedi grandi" a causa della grande stazza fisica mostrata dagli indigeni.

Uscendo dall'aeroporto di Ushuaia, nella Terra del Fuoco, in una tormenta invernale di neve che aveva ritardato ansiosamente l'atterraggio, il vento mi accoglie con una folata che spazza me e il carrello gravido di valige con una forza che avevo conosciuto solo con la Bora triestina. Ridevo e chiedevo aiuto nel soffice della neve mentre cercavo di rialzarmi: intorno la "città più a Sud del mondo" - come scrive Chatwin - mi circondava con le sparute case e le tremolanti luci. Ridevo felice. Di essere lì. In un presepe, all'estremo della Patagonia.

(sopra: Ushuaia, canale di Beagle, cane nella tormenta - sotto: . El Calafate, Area dei Ghiacciai, Patagonia, paesaggio a più piani)

 

 

IL VIAGGIO

dr. Livingstone, 2003

indice:

Penisola Valdez

La Terra del Fuoco

Santa Cruz e La zona dei Ghiacciai

solofoto 1

solofoto 2

 

2.1. IL VIAGGIO

Per come sono deviati stabilmente dal vento che scende iroso dalla Cordigliera andina, gli alberi a bandiera (flag tree) della Patagonia ricordano certi pini del Gargano o i pini loricati del Monte Pollino. Solo avvicinandosi ci si accorge che non sono pini.
La Patagonia argentina è diversa dalla Patagonia cilena, la quale è assai umida. La umidità del Pacifico si riversa sotto forma di pioggie abbondanti sul versante cileno delle Ande, che verso la Terra del Fuoco e la "fine del mondo" si abbassano gradatamente rispetto alle cime del nord. Le masse aeree scaricano acqua in Cile ed il vento che scende potentemente verso est e l'Atlantico diviene così molto secco e non incontra ostacoli ostacoli naturali. D'estate - nell'emisfero australe le stagioni sono opposte alle nostre, si ricorda - il vento solleva polvere con la velocità di 150 km all'ora. Ma il vento non scherza neanche in inverno: forte, implacabile e freddo ti toglie il respiro. In ogni zona visitata, dalla Penisola Valdez alla Terra del Fuoco, dallo stretto di Magellano a Santa Cruz, nella zona dei Ghiacciai il vento è un compagno fedele, talora ti inganna con movimenti a polsi, come l'onda pressoria del sangue. Il cosiddetto "effetto vento" va conosciuto d'inverno perché come altrove (p.e. in Canada) ti abbassa repentinamente la temperatura ambientale di dieci gradi e sembra che pugnaletti di ghiaccio penetrano ogni superficie cutanea scoperta. Dove c'è un abitato cercano di proteggersi con file di pioppi. Ah, gli abitati della Patagonia sono talora meno che paesi: quando chiesi a Puerto Bandera, vicino a El Calafate (Santa Cruz) quanti abitanti contasse il paese mi risposero candidamente "venticinque" e pensai che le riunioni di una famiglia media mediterranea avrebbero intasato Puerto Bandera. La gente argentina riesce a essere calda e riservata assieme, non ti invade mai ma se chiedi si dilunga: si avverte ovunque il bisogno di socializzare tipico delle nazioni a bassa densità di abitanti. Lì non ci si sgomita come a Roma e Milano. Certo Buenos Aires è un'altra cosa, una vera e propria metropoli, una nazione dentro ad una nazione (e la lingua spagnola fa posto ivi ad un neocastigliano orgoglioso e irriducibile che si mescola poi a un dialetto che è un crogiuolo di lingue originatosi come un fungo sui docks del porto, quando il Rio della Plata vedeva nugoli di navi e merci provenire da tutto il mondo e partire per tutto il mondo). Buenos Aires è un fenomeno a parte, come il tango. Ma al di là della megalopoli e della Pampa ecco che si apre la sconfinata Patagonia. Chatwin ci mise un paio di mesi a percorrerla a piedi ed in autostop.
Comunque espresso, l'itinerario patagonico potrebbe cominciare - come nel caso che vengo a descrivere - con un salto aereo, Buenos Aires-Trelew.

2.1.1. Penisola Valdez
Trelew è cittadina fondata dai gallesi nella Penisola Valdez. Cittadine e aeroporti sono minuscoli. Minuscolo è anche il bus che ci attende il 20 agosto al buio ed al freddo. I bagagli del gruppo sono distribuiti tra le poltrone ed un carrello stipato che sobbalzerà autonomo (senza ammortizzatori?) per tutto il tragitto. Una gelida corrente di aria poi si insinua tra le schiene proveniente dal piccolo portabagagli e ci rammenta la stagione. Raggiungiamo Puerto Madryn a 65 km di distanza. Dopo una cena mediocre all'Estrella e la notte al Bahia Nueva, comincia l'avventura. Le fotocamere sono armate e lo zaino in spalla.
Puerto Madryn, nella provincia di Chubut, è cittadina di circa 50.000 abitanti, fondata anch'essa dai gallesi che da queste parti giunsero numerosi per sfuggire alla povertà della loro terra. Il nome deriva da un certo Perry, barone di Madryn. Ora Puerto Madryn è cresciuta per il turismo favorito dalla Riserva Naturale della Penisola Valdez ed è sede di Università (biologia marina, informatica, ingegneria) Anche qui come ad El Calafate in Santa Cruz chi si ritiene nativo si chiama "NIC" ("nacido y criado", nato e cresciuto) per differenziarsi da chi è VIC ("venido y criado", venuto ma cresciuto qui). Prima c'era una deturpante fonderia d'alluminio, la più importante d'Argentina nel 1988, che ha lasciato qualche residuo di archeologia industriale nella baia; ora la economia è centrata sul turismo crescente, sulle ampie spiaggie che ne fanno d'estate una specie di Rimini e che richiama gente anche da Buenos Aires che non è proprio ad un tiro di schioppo (1371 km). La sabbia è buona ed è proprio sulla "costanera" Avenida Roca/Brown che alloggiamo al simpatico e caldo H Bahia Nueva.

Mi alzo all'alba del 21 agosto dopo una bella dormita (sono le ore locali 7.45! non è proprio una levataccia): il sole sorge magnifico sulla baia (vedi foto). Per il vento contrario non sarà possibile salpare nella mattinata da Puerto Piramide e la guida Felipe anticipa il percorso naturalistico nella Riserva, dove incontriamo gruppi di guanacos (una specie di lama selvatico), una volpe grigia patagonica, delle "maras" (sembrano enormi roditori, altro che "lepri della Patagonia"…) (v.foto) , un paio di rapaci detti "chimangos" e tante, tante pecore brucanti. Tutto qui è proprietà privata ed ogni tanto valichiamo un confine che sbarra la strada sterrata.

In bus assaporiamo del "mate", passandocelo tutti come il calumet della pace degli indiani del Nord America. "Fa" gruppo (in termini scientifici, favorisce la "gruppazione"). La "yerba mate" è la foglia secca dell' ilex paraguayensis, una pianta imparentata con il nostro comune agrifoglio. Nota come "tè paraguaiano", non ha avuto la fortuna di altri nervini introdotti in Europa come il caffè e il tè. In Sud America invece, soprattutto fuori dei grandi centri, è presente dappertutto e non c'è lavoratore che non esca di casa con una bottiglia termica di acqua calda. A Buenos Aires vi sono venditori di acqua calda che girano con le bottiglie su sgangherati carrozzini. Si prepara riempiendo di yerba sino a tre/quarti la tipica coppa (matero, ricavata da una zucca, la calabaza) . Vi si versa acqua calda (non portata a bollitura!) e senza aspettare i tempi di infusione si assapora suggendo con una cannuccia di materiale vario, la bombilla. Il sapore è amaro, all'inizio. Si sugge e si passa ad altri perché il mate è anche rituale di socializzazione (con la stessa bombilla, talora!). Grande gentilezza è per esempio fare da cebador colui che prepara l'acqua calda con il bollitore (pava) e ne versa ad altri, rimboccando secondo necessità. La yerba si vende in tante confezioni (più grezza, con palitos, o più raffinata) ma il vero patagonico lo consuma "amargo", senza zucchero; verso la Pampa e nella capitale lo preferiscono dolcificato. A Misiones, al confine con il Brasile lo abbiamo consumato amaro.

Felipe ci spiega al microfono alcune cose nel mentre il pulmino percorre le sconnesse strade a ghiaia che sono una vera insidia per chi non è pratico. Una donna del luogo è morta con il fuoristrada, ci dice la guida, una settimana prima, sbandando: toccare il freno sulla ghiaia alle elevate velocità di qui è un suicidio. Non si può procedere tenendo la mano destra. Si corre sulla bombatura centrale della carretera sollevando polvere che si aggiunge alla polvere del vento impetuoso. Meglio così, almeno se viene un mezzo in senso contrario la polvere te lo segnala. A dire il vero si incrociano pochissimi mezzi, malgrado la Riserva sia frequentata turisticamente e ci si saluta con un colpo di claxon. Altri guanacos ci attraversano inaspettatamente la strada - ricordano per la agilità di gruppo gli impala africani. Li evitiamo con un rallentamento provvidenziale e loro ci sfilano eleganti davanti. Ci fermiamo al Centro de Interpretacion, che sorge a metà dell'istmo, sulla sottile striscia di terra che collega la penisola al continente: di fronte c'è la Isla de los Pajaros, inaccessibile ai visitatori e vera riserva per una ventina di specie di uccelli marini.
Il bus parcheggiato porta sulle ruote posteriori un sistema di tubi misteriosamente connesso ai pneumatici. Ci spiegano che sono collegati al compressore del mezzo e consentono di sopperire alle più che probabili forature: producendo aria compressa e mantenendo comunque un certo grado di pressione nelle camere d'aria anche in caso di forature di media entità, il mezzo di trasporto può raggiungere il centro più vicino senza rischiare.
Il problema di ricevere e dare aiuti è assai problematico e sentito qui. Oggigiorno ci sono i telefoni cellulari ma non sempre c'è "campo" fuori della cittadina (persino a Buenos Aires ci sono problemi con cellulari a tre bande); sono pochi i ripetitori - e costano troppo per i pochi utenti; le linee telefoniche sono incomplete perché staccare una linea e portarla ad una fattoria (estancia) richiederebbe superare distanze di decine di chilometri e sarebbe una spesa a carico del proprietario (ne fruirebbe solo lui)… Insomma in Patagonia, soprattutto fuori delle zone più abitate (come la Peninsula Valdez p.e., che è già fortunata) si comunica ancora molto via radio. Le isolate estancias che punteggiano la Patagonia sono come galassie sterminate ma lontane tra loro. Sono percorse a cavallo dai gauchos e dai sonnolenti erbivori allevati e arrivano a misurare centinaia di migliaia di ettari. Qui non è la piovosa e lussureggiante Scozia. La steppa offre poco da mangiare e un ovino richiede qui ben dieci ettari (!) di pascolo povero per sopravvivere e far sopravvivere il pascolo stesso e così i conti sono presto fatti: se si hanno mille pecore occorrono diecimila ettari di tenuta…. Vita dura. Come in Australia i centri abitati si aprono con posti di polizia: quando uno lascia l'abitato A verso B avvisa il posto di polizia di B che arriverà alla tale ora e se non arriva per l'orario previsto scatta il soccorso. Impensabile per la vecchia cara Europa. Solo in Puglia abbiamo centri abitati di cinquanta-centomila abitanti nel giro di dieci km l'uno dall'altro (certo non è così in Francia ma l'Europa ha una densità di popolazione che se la sognano in Oceania, Canada e Sud America). I soccorsi sono anche legati alla tradizione religiosa come le edicole della Defunta Correa, con tanto di bandiera rossa, punti che, costellando i bordi delle carreteras, offrono da bere "agli assetati"e talora da mangiare ai trasportatori in difficoltà: chiunque può approvvigionarsi (o lasciare da bere e mangiare, se ne ha) nei nodi di questa rete spontanea di solidarietà (anche questa una lezione per noi europei).

Al Centro de Interpretacion dove ci ha lasciati il minibus onestamente non c'è gran che. La torre di osservazione consentirebbe l'osservazione della Isla de los Pajaros attraverso cannocchiali ma è impossibile stazionarvi a lungo perché spazzata dal vento senza pietà alcuna. Comunque è bello il paesaggio brullo e rude dall'alto e consente di farsi una idea della durezza di vita da queste parti. Anche tenere in linea un teleobiettivo di foto-telecamera è un problema qui (come in tutta la regione). E' ragionevole usare tempi di scatto veloci (e quindi pellicole e sensibilità da 400 ISO) perché "trema" tutto, anche con treppiedi ed il "mosso" è assicurato. Lo scheletro triste di una balena franca australe ("spiaggiata", dicono e spero) ci attende nella povera ma solida costruzione centrale. Qui il custode (improvvisato? nuovo?) sembra non sapere neanche dove si accendono le luci artificiali.
Raggiungiamo Caleta Valdez, a ridosso di Punta Norte e qui, dopo una bella passeggiata, sul mare sottostante incontriamo i primi mammiferi marini intenti a sonnecchiare sotto il sole. Ci spostiamo verso sud a Punta Delgada con annesso Faro. Gli elefanti marini, veniamo a sapere, si sono spostati in una cala meno accessibile. La raggiungiamo. Si tratta di scendere da una infida duna alta un centinaio di metri con un percorso a zig-zag che vede il piede affondare pericolosamente ad ogni passo: naturalmente a complicare la discesa vi è il Signor Vento che ti da spinte a destra e manca (cominci a credere paranoicamente che ce l'abbia con te). Giù ci avviciniamo senza far innervosire gli animali e senza tagliare loro la strada di fuga verso l'acqua. Da vicino ricordano obesi pascià. Il maschio "l'hai fatto veramente brutto, Signore", avrebbe detto l'indimenticato comico napoletano Troisi: quattro-cinque metri di corpo con quattrocento chili di peso inducono rispettosa distanza ma la protuberanza nasale, sempre cangiante nelle diverse prospettive, lo rendono grottescamente orribile. Ben altra cosa le più aggraziate femmine. Il tanfo di escrementi mi dicono che è forte (io non sono famoso per la capacità olfattiva a causa di una rinite cronica di natura allergica). Mammiferi adolescenti giocano tra di loro a configurare un triangolo e sono un bello spettacolo nello scenario di rocce e cormorani. Risalire la duna non sarà facile e ci riusciamo a fatica (se soffrite le "altezze" non guardate giù). Mangiamo bene al Faro.
Nel pomeriggio giunge la notizia che Puerto Piramide, sul Golfo Nuevo, si aprirà, a causa del maltempo, per fare uscire (e spero rientrare) una sola barca. Noi ci siamo prenotati per il whalewatching (così si dice oggi per "osservare le balene") e quella barca che ci attende è proprio la nostra. Il barcone cabinato con comandante e un solo mozzo (una ragazza che non parla lingue straniere) ci fa salire a bordo con un gruppo francese. In tutto una ventina di persone. Il barcone viene calato in acqua dalla spiaggia lungo binari di pali lignei. I francesi risultano poco collaborativi e non capiscono una parola delle istruzioni: noi ci prodighiamo a tradurre in inglese ma sembrano non trovarci molto simpatici. Con indosso le cinture di salvataggio, salpiamo. Appena fuori della protezione del porto l'oceano si fa subito sentire con un forza due-tre che nel Mediterraneo sconsiglierebbe la navigazione a molti turisti. Tra rollio e beccheggio, ci inoltriamo alla ricerca di balene franche australi, quelle, per intendersi, con le caratteristiche incrostazioni che ne alterano il profilo del muso (Balena Glacialis Australis, Ballena Franca Austral, Southern Rightwhale).
Nulla. Ancora nulla. Il tempo passa. Dove sono finite? Non si ripeterà, mi dico, ciò che mi accadde nella False Bay, in Sudafrica? Nulla anche lì. Dopo ore di appostamento reverenziale, mi sfuggirono e dovemmo desistere. Invece nelle acque patagoniche, all'improvviso eccole. Tutti gridiamo eccitati, come bambini. Sono emerse. Potenti, sinuose, sontuose e inarrivabili sono emerse come un fantascientifico sottomarino nei romanzi di Giulio Verne. Mi sento al cospetto del misterioso Capitan Nemo. Il freddo mi taglia le dita (non si può riprendere con i guanti). Sono armato della fiocina più innocua al mondo: la mia Canon armata di tele da 400 mm. Avvistare le balene e seguirle nel mare mosso è matrice di ricordi incancellabili. Come l'incontro con l'orma del leone nel bush africano. Le balene - due - danzano nel moto ondoso con vetusta e magistrale tranquillità irridendo noi che stiamo attaccati ad ogni maniglia per non essere sbalzati fuori bordo. Fotografare da quella posizione da chirotteri, impugnare l'attrezzatura pesante con una mano sola, mantenere la mira e proteggersi dagli spruzzi dell'oceano e di chi vomita accanto è decisamente meno poetico. Ma alla fine ci sono riuscito. Ho colto con una raffica di foto la coda della madre che sosteneva il cucciolo nell'incavo della coda. Siamo rientrati alla base, giulivo (io), altri meno (sconvolti dal vomito che il mozzo va rimuovendo in guanti con consumata rassegnazione).
Mentre ci tirano in secco, la mia vecchia amica di viaggi G., presa dalla nausea incipiente - ha soccorso gli altri del gruppo -, si affaccia confusa a babordo per vomitare anche lei e sta rischiando di essere decapitata da un palo beffardo che vedo avvicinarsi alla sua testa ignara. E' come in un incubo notturno, so e mi sento impotente. Sono troppo lontano per acciuffarla. Le grido qualcosa con tutte le mie forze per attirare la sua attenzione nel frastuono di uomini e vento. Un miracolo (il mio?) la fa voltare verso di me. Il palo, beffato, le sfila di dietro ed io mi accascio.
- Che c'è? - mi chiede con volto sofferto ed interrogativo. Mi accascio sorridente. Le spiegherò dopo che stava per fare la fine di Maria Antonietta.
Nell'emporio "fenicio" di Puerto Piramide ci attardiamo comperando e bevendo. Ripulisco in bagno l'attrezzatura fotografica con acqua dolce. Per fare qualcosa. Ho da decantare emozioni diverse e intense. Mi riprendo a Puerto Madryn cenando da Estela. Simpatici i padroni. La donna, di mezza età, con occhialoni quadrati sproporzionati alla Elton John, afferma di essere metà basca e metà ucraina; il marito (una fotocopia di lei per gli occhiali e lo avevamo creduto il fratello) vanta origini italiane ma non sa una parola di italiano. Il cibo non è buono, la birra Quilmes salva tutto (fa dimenticare il tanfo di frittura che impera).
- Chi ha l'ultima parola tra un uomo e una donna? ah! ah!…L'uomo!…perché alla fine dice "Sissignora!"… ah!ah! - La signora è scherzosa e ci saluta con pacche sulla schiena. Uscendo guardo le decine di cartoline che sono trafitte alla parete: quanta gente è passata. Ed io pure.
Sono stanco. Domattina ci aspetta un giro simpatico nel centro commerciale di Puerto Madryn, con incontri ravvicinati ad altri oriundi italiani, assai ospitali e rispettosi. Altro "transculturale" mate, acquisti convenienti, il trasbordo a Trelew ed il volo di due ore per la Fine del Mondo. Ushuaia, nella Terra del Fuoco. Non nascondo che avverto una contraddittoria sensazione di insicurezza e determinazione.
E l'alba comincia con una danza di balene nella baia antistante l'albergo. Nella calma assoluta di sole e mare. Sono venute a ringraziarci dei sacrifici fatti nel Golfo (o a prendersi beffa?).

 

Caleta Valdez - I dormienti


2.1.2. Tierra del Fuego

La sera del 22 Agosto 2003 atterriamo all'aeroporto di Ushuaia nella tormenta di neve. Le prime avvisaglie di maltempo le abbiamo colte dopo il decollo da Trelew (Peninsula Valdez). Che la turbolenza non fosse "bianca" lo abbiamo capito dalla mancata visibilità lungo la tratta che ha impedito di riconoscere il territorio sottostante ed in particolare l'atteso stretto di Magellano (Magallane in spagnolo); che fosse turbolenza "nera" lo abbiamo intuito dai giri insoliti che il jet è stato costretto a compiere quando oramai dovevamo essere sulla destinazione. Si sa, in questi casi si chiacchiera e scherza per esorcizzare timori. Il volo è stato appena turbato dalla presenza chiassosa di energumeni che poi si sono rivelati atleti di una squadra di rugby in trasferta: contegno sfottente e qualche smargiassata hanno indotto il personale di bordo a contenerli con qualche sorriso e attenzione in più. Uno degli atleti, sentendoci parlottare tra noi si è permesso di dire in italiano stentato: "Ah!…Italiani…mangia-spaghetti…" con un sorriso chiaramente dispregiativo, al che mi volto e rispondo in modo lapidario e con altrettanto pseudosorriso : "Non mangiamo solo spaghetti ma anche storia, cultura e tolleranza…". L'aver risposto in spagnolo blocca ulteriori commenti del gruppo, che comincia a riparlare di sport e attività connesse.
Come un condor miope, l'aereo ha volteggiato su Ushuaia per una mezzora buona, prima di decidersi a forare l'impenetrabile coltre di nembi. E' inevitabile trattenere il respiro quando si seguono queste manovre perché non sfugge a nessuno che la pista qui è praticamente sul mare gelido e non sarà neanche lunghissima. All'atterraggio la gente batte le mani (io aspetto il termine della frenata per unirmi nervosamente all'ovazione spontanea). E' fatta.

Prima dell'uscita controllano i bagagli anche per la frutta (forse una misura protezionistica antiparassitaria). Lo fa un signore in camice bianco che figurerebbe bene dietro al bancone di un supermercato ma il volto è quello tipicamente severo degli uomini cui hanno affidato un ruolo di "controllo" (e non di "controllato"). Fuori ci attendono la bufera di neve, il Signor Vento all'ennesima potenza (i carrelli dei bagagli sono ribaltati) ed una temperatura di -8 gradi centigradi. Attraversiamo nella magia del silenzio un abitato che si caratterizza per luci da presepe napoletano e tetti nordici. Il paesaggio che si intravvede al di là dei fiocconi di neve è deserto di uomini ma non di cani (ma come fanno a resistere le povere bestie?). Raggiungiamo il Tolkeyen su di una collinetta, vicino al canale di Beagle e, isolato come è dalla manciata di case del centro cittadino, l'albergo di legno assume nella fantasia cosmopolita il ruolo di rifugio alpino. Siamo nella città più a Sud del mondo, come scrisse Chatwin e ce ne rendiamo ancora più conto perché testardamente, dopo cena calda, usciamo in taxi per raggiungere l'unico posto dove si trovi anima viva, il Casinò. Il tassista, in maniche di camicia (rinuncio a descrivere come fossimo bardati noi..), ci dice che qui da due mesi non nevica e tutto è cominciato il giorno prima. Rispondiamo che in Europa vi sono quaranta gradi sopra zero un po' dappertutto e lui si mostra sorpreso. Alla Terra del Fuoco - la parola "fuoco" deriva dalla osservazione di "fuochi" sull'isola da parte dei primi naviganti - la temperatura invernale "è buona" perché oscilla tra zero e meno dieci; d'estate si arriva ad un massimo di quindici-diciotto gradi sopra zero (qui è tutto in scala Celsius). All'uscita del Casinò ci prendiamo a palle di neve, pensando ai nostri cari che in Europa stanno in un forno a micro-onde. Bella dormita.
Ushuaia, grazie ad una presenza turistica crescente, si è trasformata da piccolo paese di pescatori a cittadina graziosa di circa quarantamila abitanti.
Degli indios fuegini qui abitavano e cacciavano, ricoperti solo di pelli di guanacos e grasso, gli Yahganes (Yamana): di loro non è rimasto che la grafica ripresa dall'artigianato locale. Riprendendo oggi temi della scomparsa cultura yamana, i bianchi sembrano voler sfruttare anche i morti, anche quelli che hanno contribuito a fare fuori con pallottole e virus (di malattie sconosciute). Sino al secolo XIX si ricompensava con danaro chi avesse "cacciato" un indio fuegino e ne avesse portato un orecchio come prova della uccisione. Come si faceva in Europa con i lupi. Un certo Red Pig (sì, "Porco Rosso") si vantava di uccidere indios solo "per diletto", mai per danaro e, sfuggito miracolosamente a vendette indigene, finì ucciso - per contrappasso dantesco - solo dal "delirium tremens": inseguito da angosciosi e cruenti ricordi lo ritrovarono nella selva, impazzito e morto. L'ultimo yamana fu Ernestina (in foto a colori), di cui sopravvivono testimonianze fotografiche e televisive. La Terra del Fuoco era divisa tra Selk'nam (Ona per Chatwin), Haush (Menekenk), Alakaluf e Yamana (Yahganes)… Tutti praticamente scomparsi dalla faccia della (loro) terra. Abbiamo l'obbligo di nominare uno per uno i veri nativi. Erano cacciatori di terra o mare (sul canale di Beagle o nello stretto di Magellano che divide la Terra del Fuoco dal grosso del continente). La terra era di tutti e gli indigeni non comprendevano perché i bianchi recintassero spazi e si innervosissero tanto da sparare quando qualcuno varcava confini o si appropriava di una pecora, che era lì a portata di mano. Una pecora era più facile da cacciare che un guanaco. Per loro le pecore importate erano strani guanacos. Anche i guanacos erano di chi fosse capace di cacciarli. Qualche bianco, come i salesiani Giuseppe Fagnano e Alberto Maria de Agostini, li difendeva e cercò comunque di catechizzarli mentre li osservava pescare sulle esili canoe di corteccia. Essi hanno lasciato tuttavia una presenza spirituale che aleggia nei piccoli e semplici abitati dell'interno e sfrutta per la diffusione l'eterno vento patagonico.


Al mattino del 23 agosto la tormenta di neve ci sveglia in una atmosfera di cani sanbernardo e persone infreddolite ma contente (ci sono spagnoli con noi). Ci inoltriamo con il minibus nella Riserva Naturale tra neve e laghetti di colore irreale. Gli alberi presentano qui e là delle palle
gialle, quasi fossero alberi natalizi: si tratta delle "lampade cinesi", piante epifitarie.Ci fermiamo a la Bahia Lapataia (in yamano "bosco" e "legno").
Ci dobbiamo fermare per forza perché qui termina la strada nazionale numero tre (Ruta Nacional 3). Non ci sono più strade al mondo dopo questa verso sud. Impressionante. E' l'ultima strada della Terra prima dell'Antartide, che dista da qui solo mille chilometri di mare. Malgrado la bufera in atto siamo attoniti, tra il serio ed il faceto. Come i giornalisti del mezzo fuoristrada che si è unito a noi. Si parla ingoiando fiocchi di neve, io la assaggio la neve e l'acqua della "fine del mondo" mi cola sfondando lo stomaco e la psiche. Mi sento vivo e soddisfatto.
Il tempo permane brutto nella giornata. Rientrati ad Ushuaia, facciamo compere e verifichiamo la antipatica accoglienza dei negozianti, già notificata dalle guide accreditate. I venditori della città non sembrano interessati a vendere e sembrano irritati dalla presenza di visitatori; eppure nella situazione economica argentina il danaro straniero (dollari, euro) contano parecchio. Ho come l'impressione che questo atteggiamento non sia riveniente dalla transizione da centro di pesca a centro turistico; forse, mi viene il dubbio, si tratta di personale dipendente che non lavora nel "proprio" negozio e che quindi ha solo fretta di "timbrare l'uscita al marcatempo". I prezzi di libri e ricordi sono poi alle stelle ed i prezzi non sono trattabili.
Facciamo uno spuntino abase di pollo ai ferri e insalata in un cordiale bar-ristorante, nei pressi della Av. Maipù; tra poco arriva il bus, di fronte all'albergo Albatros. Cerchiamo di non far tardi all'appuntamento con il resto del gruppo.
Il porto è una cartolina di moli imbiancati dalla furia notturna, cui fanno da contrasto le acque cariche di azzurro. Le navi da carico immote, nel silenzio ovattato che solo la neve sa originare. Se non fosse per i colori allegri, prontamente vivacizzati da raggi di sole che forano all'improvviso l'atmosfera bigia, si azzardarebbe che quei bastimenti siano stati abbandonati dagli equipaggi. Nessun essere umano e neanche gli onnipresenti cani. Solo gli uccelli marini ti svegliano dalla ipnosi senza tempo, e ti ricordano con giri tranquilli che la scena non è una foto bensì un film. E tu sei lì e non ti meravigli di esserci. Consulti l'orologio per verificare da quanto tempo. Mi è capitato di perdermi nelle correnti del fiume Chobe, in Africa. Non è un perdersi ma un ritrovarsi. Mi sovviene un ricordo.
Ricordo che, agli inizi della professione medica, stavo (quanti anni sono passati?) raccogliendo la storia clinica di un anziano pugliese: era un vecchio e dignitoso "delinquente" di una volta, con tanto di bastone con testa canina eburnea e conservava nel suo sguardo la antica sfida al mondo, anche dal bordo di un letto di ospedale provinciale. La mia penna si fermò sulla cartella al racconto. Lo ascoltavo nel mentre mi narrava. Non parlavamo di patologie pregresse. A diciotto anni, disse in un dialetto infarcito di termini italiani che ne attestavano la cultura "sul campo", ai primi del Novecento era emigrato verso il Nord America con una nave che lo aveva portato a Nuova York.
"Allora non c'erano ancora tutti quei grattacieli", ebbe a precisare.
Sceso a N.Y. si era ritrovato in un gruppo multietnico ed in un litigio tra bande si trovò coinvolto nell'accoltellamento di un portoricano. Stava per arrivare la polizia. Scappò. Doveva scappare ancora. Al porto si infilò da clandestino a bordo di un cargo, senza sapere quale fosse la destinazione. Ebbene, dopo giorni di navigazione, si ritrovò in un porto sconosciuto e lui, analfabeta, chiese a qualcuno.
"Dove sono arrivato?"
"Nella Terra del Fuoco" gli rispose un coetaneo che lo guardava e riguardava.
"Che c'hai da guardare?" chiese lui sospettoso e si accorse d'un tratto che parlavano entrambi la stessa lingua. "Di dove sei?", chiese.
"Di Trani"
"Paisa', anche io!" .
Si abbracciarono.
La Terra del Fuoco. Terra lontanissima. Un compaesano a migliaia di miglia da casa. Mi aveva colpito tanto il racconto, sia per il periodo storico, sia per la Terra del Fuoco, che presi a desiderare. Forse stavo guardando il molo donde era sceso quel ragazzo del Novecento.
Ci chiamano. Mi chiamano. S'è fatto tardi. Salgo come rattrappito sul minibus e partiamo per l'interno dell'isola, per la Valle della Tierra Mayor. Vogliamo andare in slitta, malgrado il maltempo e così dei siberian huskies ci traina a meno dodici gradi (scena da dr. Zivago, in Russia). I cani incitati dalle grida ignote dei conduttori ci trasportano infischiandosene della bufera: ora si ringhiano, ora si cercano e si parlano come compaesani. In effetti vicino al rifugio, l'insieme di canili di legno, con tanto di cuccioli che si affacciano curiosi, forma un vero e proprio villaggio per cani, dove manca solo una chiesetta (se potessero magari la chiederebbero).
Al rientro nel rifugio, al calore del camino acceso quasi ci spogliamo dal caldo. Stanno arrostendo carni ma anche - inavvertitamente - un bimbo lasciato in carrozzino troppo vicino al fuoco. Avvisiamo prudentemente la madre dsitratta di allontanarlo un po' ma la madre se ne frega. Allora le diciamo di "girarlo ogni tanto", per arrosolarlo meglio e lei ride stupidamente. Decido di concentrarmi sulla tazza di cioccolato caldo. Le chiacchiere si protraggono con una famiglia di oriundi italiani che ci offrono orujo argentino (una specie di grappa) e pisco cileno. Al Tolkeyen si cena con zuppa. Io disegno un poco sul moleskine e organizzo gli appunti prima di cadere in un sonno profondo.
Il giorno dopo, il 24 agosto, il maltempo si è arrestato. Il sole si fa strada attraverso ampi varchi di nuvole, rese sempre veloci ed imprevedibili dal Signor Vento Polare. Il porto di Ushuaia è stato riaperto alla navigazione ed il battello - moderno- ci trasporta attraverso il canale di Beagle, che si chiama così dal nome della nave Beagle del capitano della Royal Navy Robert FitzRoy, alla prima missione di esplorazione. Strano tizio il comandante: cercava attraverso i viaggi avventurosi nei mari australi prove della veridicità biblica. Molte persone nell'Ottocento credevano che la Bibbia fosse una fonte di informazioni più che attendibile e attuale: basti ricordare che Kruger, il presidente della repubblica sudafricana, tanto saggio da aprire la prima riserva naturale dell'Africa (appunto la Kruger), si dice consultasse la Bibbia per ritrovarvi anche risposte alle iniziative politiche dei Boeri.

La cosa strana è che, alla seconda missione, la nave Beagle ospitò un uomo animato da ben altri intendimenti: Charles Darwin avrebbe tratto la giusta ispirazione per la teoria dell'evoluzionismo (che avrebbe rivoluzionato tutto il pensiero scientifico) proprio da quel viaggio (p.e. studiando i becchi degli uccelli, detti poi fringuelli di Darwin, delle vicine isole Galapagos).
Sulla miriade di isolette del Canale ci sono convegni naturalistici di ogni tipo che fanno scattare decine e decine di foto, tutte interessanti: elefanti marini, lobos marinos, cormorani imperiali, palomas antartiche, gabbiani dal becco rosso, rapaci che attendono pazienti gli errori di cuccioli e piccoli di ogni specie. E' l'arcipelago Les Eclaireurs, a 15 km Est da Ushuaia. La puzza di guano è notevole ma stavolta il vento aiuta le narici, oltre che arrossarle. Doppiamo il Faro di Les Eclaireurs e si fa ritorno. Da "Tia Elvira" mangiamo una buonissima centolla alla provenzale con una "impepata" di cozze gigantesche. E' una specie di granseola la centolla. Ci voleva! dopo giorni di carne, carne e carne argentina.

Facciamo nel pomeriggio una visita al Museo-carcere della città (lo trovo triste e solo istruttivo: quanta sofferenza trasuda dalle pareti scalcinate delle celle).

 

 

 

 

 

2.1.3. El Calafate e provincia di Santa Cruz


El Calafate è una pianta, dai cui frutti si produce una marmellata simile a quella nostrana di more. La pianta è un arbusto caratteristico ("Berberis buxifolia").
La città omonima è
nella provincia di Santa Cruz, a trecentoventi km a NO di Rio Gallegos. Una volta non esisteva aeroporto ad El Calafate e quindi si sbarcava a quello di Rio Gallegos. Era più affascinante il percorso di prima senza dubbio. Si prendeva il lento torpedone e si attraversava quella parte di Patagonia che ti premia, dopo tanta steppa, con la vista del grande Lago Argentino (di nome e di fatto). Sul tale allungato specchio d'acqua si situano El Calafate, il centro maggiore (cinquemila abitanti), e aggregati di case che non si possono neanche definire paesi, ad esempio Puerto Bandera che conta venticinque anime. L'ineffabile bellezza della regione è tutta nella singolarità della natura: qui, verso il Lago, sboccano, dopo la loro corsa viscosa, ghiacciai enormi che sono per altitudine, tra i più "bassi" al mondo. E' come se - chiediamo venia ai geologi per la banalizzazione - sulle Murge pugliesi o sulle Highlands scozzesi ci fossero ghiacciai alpini. Nel Parque Nacional de los Glaciares si incontrano molti colossali fiumi di ghiaccio, eredità dell'ultima glaciazione.
Il più grande dei due ghiacciai più noti è l'Upsala, che prende il nome dalla università svedese che ebbe a studiarlo nel XIX secolo, finanziando diverse spedizioni: mille kmq e sessanta km di lunghezza (purtroppo si è ritirato nell'ultima decade come molti altri nel mondo); il fronte del ghiaccio è alto sessanta-ottanta metri e largo cinque-sette km.
L'altro ghiacciaio, il Perito Moreno ben più famoso (anche per film che lo citano, es. il gustoso e italiano "Le tre mogli" dove tre mariti scappano in Patagonia e tre mogli si coalizzano nella loro ricerca). Porta il nome dello studioso Moreno che svolse "perizie" per conto del governo argentino volte a definire i confini della nazione in rapporto ai paesi limitrofi: ma il Moreno non vide mai il ghiacciaio, che misura "solo" duecento kmq di estensione, trenta km di lunghezza : il fronte è comunque maestoso con una larghezza di quattro km ed una altezza che varia tra trenta e sessanta metri.
Ad El Calafate soggiorniamo all'isolato albergo Kau-Yatùn, che in araucano significa "casa delle stelle". Ed in effetti, col cielo notturno più sereno che altrove, mi ricollego visivamente alla Croce del Sud che non rivedevo dai tempi dei viaggi in Africa australe ed in Asia equatoriale. C'è anche la Via Lattea da mirare ma la visione non è mai limpida come nei ricordi del bush-savana. Il paese e la Avenida del Libertador General San Martin sono deserte di sera. Nella notte passa e ripassa un pick-up con lo stereo a volume elevato con giovani annoiati e rimaniamo in gruppo per precauzione. Vedere la postazione dei bomberos e della polizia induce una falsa sensazione di sicurezza: se ti dovesse succedere qualcosa non lo saprebbe nessuno fino all'alba.
Gradevolissima ed educata la guida Fernando, che abita con la famiglia in un paese vicino che non ricordo (avrò pensato in quel momento "ancora più tranquillo di qui?" e non l'ho inteso). Al sorgere del sole e per raggiungere il villaggio di Puerto Bandera costeggiamo sulla nostra destra il Lago Argentino che si sveglia nei colori. Ci attende una giornata di sole e freddo, l'ideale per incontrare i primi "tempanos", gli iceberg. Con il battello, che sembra etnicamente una sede distaccata dell'ONU, ci muoviamo imboccando il Brazo Norte, verso il Brazo Upsala. Il ghiacciaio ha per nunzi apostolici tutta una serie di muti blocchi di ghiaccio che si ingrandiscono quanto più ci si avvicina alla sacralità del ghiacciaio-madre. La nave li scansa con maestrìa questi iceberg, sempre più massicci, policromi e silenti: evocano figure umane, sembianze animali, oggetti e colgo i commenti più vari e rapiti dietro tante dita tese ad indicare i fantasmi di ghiaccio. La pace è rotta solo dal borbottio del motore e dagli scatti degli otturatori fotografici (per la circostanza adopero anche S.M. Hasselblad che quando scatta ricorda classicamente "un colpo di tosse di nobile inglese"). La Hasselblad, che è nata in Svezia, sembra riconoscere i rigori invernali e qui si trova a suo agio (le dico mentalmente di non rimanere male quando scoprirà che non ci sono renne qui). Scatto anche con la C