Eucalipti. Eucalipti. Alberi maestosi e robusti. Ma l'uomo, nella solita
disinvoltura che poi si traduce in danni ingenti all'ecosistema, lo ha
diffuso nel mondo a dismisura. Questa è una raccolta di riflessioni che
trae spunto da viaggi in zone distanti ma accomunate dalla presenza di
eucalipti.
EUCALIPTO
Eucalyptus globulus Labill. Famiglia: Mirtacee
Albero altissimo, che in Europa può raggiungere i 30 m di altezza, ma in
Australia, da dove proviene, e in America non di rado raggiunge i 100 m;
ha tronco liscio di colore chiaro e foglie perenni, lanceolate.
Coltivato e naturalizzato nelle regioni a clima temperato d'Europa e
d'America, preferisce i terreni umidi e pantanosi.
Le parti utilizzate: le foglie e il carbone ottenuto
dal suo legno.
L'eucalipto è un albero sempreverde, alto, nel suo habitat naturale (le
regioni australiane), anche fino a 100 metri. Ha foglie di colore
verde-azzurrognolo, dure e spesse. I fiori sono isolati o riuniti,
all'ascella delle foglie, in gruppetti di 2 o 3. I frutti, che hanno forma
emisferica, sono capsule legnose che contengono i semi.
L'eucalipto ha la fioritura, in Italia, tra maggio e luglio, viene
coltivato nelle regioni centro/meridionali.
I principi attivi più importanti, contenuti nel suo olio essenziale, sono:
l'eucaliptolo (composto base per tutte le preparazioni farmacologiche
contro la tosse, il raffreddore, le sinusiti, l'asma e le rinofaringiti) e
il globulolo. L'eucalipto ha proprietà: balsamiche, espettoranti,
antibatteriche, antivirali, cosmetiche.
Il sito Agrobi.com afferma che gli eucalipti furono introdotti in
Argentina alla fine el 1800. La provincia argentina di Córdoba conta circa
cinquemila ettari di foresta ad eucalipti. La pagina spagnola di Ecoaldea
di medicina naturale sostiene che questo albero ha generato polemiche
ovunque sia stato piantato. Malgrado le conseguenze della introduzione in
Europa dell'eucalipto non siano state chiarite del tutto "ecologisti e
contadini lanciano l'allarme sugli effetti disseccanti, acidificanti,
sterilizzanti e demineralizzanti dell'eucalipto", ma le autorità spagnole
sottolineano l'alto rendimento di tali piantagioni. "Per le sue elevate
potenzialità (legname silvano, cellulosa, oli essenziali, palificazioni
ecc.), per le sue qualità protettive (consolidamento di dune, schermi
antivento, prosciugamento di terreni paludosi ecc.) o per il valore
estetico (parchi, limiti stradali ecc.), alcune di queste specie sono
state introdotte e coltivate in molti paesi", aggiunge questo sito. "In
quanto agli effetti sulla biodiversità, si segnala che l'eucalipto è assai
potente nel competere con altre specie vegetali. In Australia domina la
maggior parte delle formazioni naturali e struttura ecosistemi di
straordinario valore. Ma nei Paesi dove è stato introdotto dall'Uomo,
l'eucalipto si caratterizza per la sua aggressività e la sua capacità di
competere vittoriosamente per acqua e nutrienti del suolo; le sue foglie
inoltre essudano sostanze che impediscono la germinazione di molte specie
vegetali. Anche in Brasile è stato introdotto da più di un secolo ed
occupa più di tre milioni di ettari: il Brasile è paese avanzato nella
ricerca genomica sull'eucalipto e sul tema ha raggiunto le ricerche di
Australia e Nuova Zelanda. Con la tecnologia chiamata di
micropropagazione, ampliamente sviluppata in Brasile, si producono 175
milioni di piante all'anno.
Isola di Pasqua (2004).
La flora nativa dell'isola contemplava un tempo palme e conifere. Da tempo
gli alberi originari sono scomparsi per l'azione usurante di generazioni
di Rapanui, che hanno abitato per un millennio questa landa sperduta del
Pacifico. L'Isola di Pasqua è l'esempio irripetibile di un disastro
ecologico, quasi un esperimento ecologico a leggerne la storia con occhio
scientifico. Un esperimento operato dalla Natura stessa per istruirci.
Ivi una popolazione migrata quasi intregralmente da ovest (secondo la
diffusione polinesiana O-E oramai accertata) si vide costretta
all'isolamento culturale e genetico dalle distanze immense e dalla perdita
graduale di alberi ad alto fusto che consentissero di prolungare
l'attività marinara con la costruzione di canoe da alto mare. Alla fine
dei secoli, con l'usura e la consunzione di alberi ed il crescente
sfruttamento agricolo, l'isola poteva contare solo su legno di bassa
qualità e piccolo spessore: le barche che avevano traversato nel VII
secolo d.C. l'oceano con a bordo il re Hotu Matu'a e la sua gens divennero
barchini, inadatti anche alla pesca. Le alte palme (Niu), affini alla
palma cilena, si estinsero; alberi ed arbusti della specie Coprosma e
delle Compositae scomparvero; rimasero il totora (Ngaatu), un giunco che
ancora oggi è presente nel fondo acquoso dei crateri, e il mako'i. La
cultura marinara di stampo polinesiano si atrofizzò e prese altre vie. La
statuaria (Moai) fu prevalentemente di pietra, raramente di legno (moai
miro). La cultura della pietra assurse a livelli elevati. Il legno
rimaneva un bene assai prezioso ed appetito sull'isola: tutti simboli di
potere e gli strumenti rituali erano di preziosissimo legno. Collari (Rei
miro), bastoni di comando (Ua), mazze ed insegne tribali (Paoa), immagini
bifacciali o gianiche (Moai aringa), gli uomini-lucertola (moko), le i
ecc. erano lignei.
I Rapa Nui sono stati una popolazione condannata dall'isolamento
geografico, dalla mancanza di metalli, a rimanere al neolitico per secoli.
Lo sfruttamento delle risorse ambientali della piccola isola - già
limitate al tempo dell'arrivo di Hotu Matu'a ad Anakena - e la crescita
demografica condusse le antiche tribù a lasciare la pesca d'altura per
mancanza delle antiche grandi canoe (che forse nessuno sapeva più neanche
costruire dopo generazioni) ed a dedicarsi sempre più allo sfruttamento
agricolo. Le tribù nel XVII° secolo cominciarono ad affrontarsi in
conflitti per il controllo non del territorio ma solo delle riserve
alimentari. Ma le continue guerre - già cominciate quando l'isola fu
scoperta dagli europei nel 1722 - impedivano e finirono per distruggere
l'agricoltura stessa. Fu come regredire al paleolitico, tornando
cacciatori-raccoglitori ma c'era ben poco da cacciare e raccogliere. Si
arrivò allora anche al cannibalismo per la penuria proteica. Tutta colpa
del legno che scomparve. Un monito per tutti la storia di Rapa Nui.
Ancora oggi il ricordo della penuria antica e moderna tende a mitizzare il
legno di mako'i, quello dei moai kavakava, quasi fosse oro (e i prezzi in
dollari delle sculture lignee sono infatti elevatissimi).
Gli eucalipti presenti in macchie e boschi furono introdotti dal
Continente americano tra Ottocento e Novecento.
Una macchia di alberi alti e snelli è visibile alle pendici del Rano
Raraku, il vulcano alle cui falde si aprono continui cantieri-laboratori
all'aperto per la lavorazione dei moai in pietra.
La foto ritrae un moai, bloccato nella discesa dal vulcano all'ahu
(piattaforma litica) di destinazione: la stupenda statua in basalto sembra
fissare l'orizzonte marino che non raggiungerà mai e gli si interpone alla
vista quella macchia antistorica di eucalipti.
Quando raggiungiamo la macchia a piedi avvertiamo l'odore pungente che
rivela la presenza di quelle sostanze balsamiche contenute nell'eucalipto.
Fra i tronchi si aggirano e fanno lo slalom voraci e spacconi rapaci che
solo per poco non ci rubano la colazione al sacco.
I
tiuque ( mivalgo chimango) sono anche loro un regalo dell'uomo che li
ha introdotti sull'isola solo nel 1928.
Fu la
strapotente Williamson & Balfour a completare questo disastro che ha
allontanato uccelli marini dall'isola.
Ma il
bosco più grosso si stende sulla destra della strada che unisce Anakena
all'unico villaggio dell'isola, Hanga Roa. A metà della strada asfaltata
si apre invitante un sentiero di lavoro, una goduria per il fuoristrada
che può inerpicarsi fra i tronchi tagliati e gli alberi eretti ed
imponenti. I frequenti piovaschi rendono l'itinerario insidioso per la
fanghiglia saponosa. In jeep nel bosco, si comincia poi a slittare in
salita anche con quattro ruote motrici e temo per la tenuta in discesa:
non vorrei scendere con gli sci. Decido prudentemente di tornare indietro
perché non mi fido della bassa potenza e delle gomme imperfette del Suzuki
(sospiro al ricordo della mia Jeep Wrangler quattromila cm3).
L'antropologa statunitense che è a bordo con me vorrebbe proseguire ma io
decido di invertire la rotta. A pochi metri dall'asfalto della strada
principale un improvviso, pesante e lunghissimo diluvio mi da ragione e la
antropologa smette di sospirare tra inglese e spagnolo: il sentiero dietro
di noi si trasforma in un pericoloso torrente di fango rossastro e la
pioggia impedisce la vista anche nel villaggio, costringendo tutte le auto
a fermarsi. Se fossimo rimasti nel bosco di eucalipti ce la saremmo vista
brutta. "OK, bravo", ammette l'amica. La guardo con un sorriso di
comprensione: per la pioggia non riusciamo ad avvicinarci neanche alle
cave di ossidiana di Orito. Pazienza. Talora si avverte uno strano disagio
psicofisico quando incombe un pericolo. Non è paura bensì la presenza di
un pericolo. L' intuito, se lo si ascolta, protegge.
Rep. Del Sud Africa (2000).
Una volta discesi dai 1600 metri di Johannesburg ai 400-500 m di
Pretoria, la città delle jacarande (non autoctone), in appena cinquanta
chilometri si passa dall'anarchia pericolosa di Johannesburg al clima di
una città ancora bella ed elegante che vuole ad ogni costo impersonare il
ruolo di una delle due capitali della RSA. Le due città limitrofe erano
prima nella regione del Transvaal, che ora in lingua sotho si chiama
Gauteng ("luogo dell'oro"): l'etnia è costituita dagli 'Ndebele che tanti
bei temi geometrici usano nella tessitura e ornamenti. Qui sull'altopiano,
l'alto Veld (Highveld), pulsa il cuore economico ed industriale del paese
e qui arrivarono con una fila esausta di carri e buoi i Boeri del Great
Trek, la grande traversata che li vide - pressati dalla invadenza inglese
- partire da Citta del Capo ed attraversare in obliquo il sud dell'Africa,
tra mille pericoli e malattie. Era il 1830 (la guerra anglo-boera è del
1899, per orientarsi).
Oggi la N4 è una ottima strada che, partendo da Pretoria, porta all'Oceano
Indiano, a Maputo in Mozambico. Noi passiamo da Witbank, Middleburg e
Belfast (passò un O'Neill da qui!) e lasciamo la N4 per la R36 passando da
Lydenburg verso il 'Mpumalanga ("là dove sorge il sole"). E' zona
geologicamente ricca: sul Blyde River Canyon, lo sguardo precipita
nell'abisso dove scorre il fiume Blyde e si impatta con tre formazioni
montuose antistanti che sembrano tre capanne enormi (Three Rondawels). Non
distanti vi sono belle cascate a cielo aperto ed un altro piccolo canyon
dal buffo nome dato da un cercatore d'oro che se le intitolò: "pentole
della fortuna di Bourke" (Bourke's Luck Potholes). Da lì si imbocca una
strada montana che vede sostituirsi alle conifere (pini) immensi boschi di
eucalipti. L'eucalipto qui fu introdotto tra il XIX e XX secolo per il
legno adatto alle miniere scavate durante la febbre dell'oro. Le travi di
eucalipto 'parlano', cioè avvisano con gemiti e scricchiolii prima di
cedere strutturalmente e quindi preavvisano catastrofi minerarie
consentendo una fuga. In Sudafrica gli eucalipti sono piantati vicini
sicché non formano mai chiome ampie, come altrove ed i fusti corrono
diritti, altissimi a cercare la luce, quasi trafiggendo il cielo.
Purtroppo il bosco, pur bello a vedersi, è un "disastro ecologico" perché
non si coniuga con la flora e fauna locale. Ci affacciamo ad un alto punto
panoramico, alla c.d. Finestra di Dio (God's Window) : distese
chilometriche di Eucalipti importati dall'uomo. Cosa c'era prima lì? Le
foreste di eucalipto non si fermano neanche all'orizzonte e ci
accompagneranno ben oltre il Kruger (che è grande quanto la Lombardia…),
in direzione sud, sino allo stato del Swaziland e nella regione
sudafricana del Kwazulu-Natal, la terra degli Zulu originatasi dalla
fusione del Natal con Zululand, dove bianchi e neri integrati vestono
all'europea ma camminano scalzi anche sull'asfalto. Eucalipti ed
eucalipti. Hanno sovvertito l'ordine naturale favorendo una monotonia
paesaggistica.