15/12/2005

La marcia dei pinguini


Sull'onda dell'inaspettato successo in madrepatria, è stato distribuito anche da noi il film-documentario La marcia dei pinguini. Questo film-documentario francese, girato in Antartide da un ex biologo, Luc Jacquet, e la sua troupe, è costato un anno di riprese a temperature proibitive (anche meno 40 gradi sotto lo zero), con tutti gli imprevisti immaginabili su un set del genere. Ma a giudicare il risultato sembra ne sia valsa la pena. La storia che si è voluto raccontare è quella del pinguino imperatore ( infatti il titolo originale è La marche de l'empereur) e della sua annuale migrazione per centinaia di chilometri attraverso l'Antartide per raggiungere il luogo dell'accoppiamento. Una lunghissima marcia per ritrovare ogni anno il giusto luogo per deporre un uovo, e continuare così il ciclo della vita. Settemila sono i piccoli e tenerissimi protagonisti di questa storia, i quali riescono a raccontarci con poesia l'incredibile avventura della normalità. E' l'irresistibile bisogno di generare la vita a spingere i pinguini a compiere un'impresa che allo spettatore può sembrare impervia, crudele (è la natura stessa ad esserlo, ma spesso vorremmo dimenticare che sopravvive solo il più forte), e che la regia del film ci restituisce sotto forma di una bellissima ed emozionante epopea di amore e morte. La voce narrante di Fiorello (ottima trovata a livello pubblicitario), assolutamente necessaria a livello narrativo -anche se a tratti troppo marcata-, sostituisce da sola quelle del trio di comici Berling-Bohringer-Sitruk dell'originale francese.
Luc Jacquet aveva appena ventiquattro anni quando si imbarcò, con grande spirito d'intraprendenza, per quei luoghi ai confini del mondo, arrivando a scoprire la storia di questi pinguini. Più volte ha dichiarato infatti che "dopo aver visto questi animali, letteralmente all'ultimo confine della vita, ho deciso che volevo diventare un documentarista per raccontarli". Non solo è riuscito a realizzare un progetto di per sé difficile a livello produttivo, ma anche a conquistare la distribuzione nelle sale cinematografiche internazionali e un successo di pubblico -imprevedibile e a tratti inspiegabile, a livello di marketing- che va oltre ogni più rosea aspettativa. Questo lungometraggio di difficile classificazione, che non può essere definito solo documentario, né film di fiction, e a cui molti hanno associato il nome di "favola", è destinato a rimanere nella, recente, storia del cinema , non solo per il suo indubbio valore, ma come apripista di un nuovo genere. In molti, ne siamo sicuri, cercheranno presto di bissarne il successo. Difficilmente però un altro prodotto del genere potrà trovare lo stesso spazio sui media e in sala. E, come per tutti i tentativi di emulazione, non sempre sarà un male. (Olga Miglionico)