Globalizzazione e frammentazione produttiva:

politiche e dinamiche (Dr. Nicola Uva)

 

1. La Frammentazione Produttiva

Lo scambio di beni è alla base della logica dell’economia di mercato. Se lo scambio avviene tra paesi differenti, si parla allora di commercio internazionale.

Alla domanda perché i paesi commerciano tra di loro, si può fornire questa risposta: perché hanno dei vantaggi. Nessuno li obbliga, ma se gli scambi avvengono vuol dire che entrambi gli attori del commercio ne traggono vantaggio. Se anche solo uno di essi, infatti, non ritenesse lo scambio vantaggioso, quest’ultimo non avverrebbe. Importante è analizzare come questo scambio si ripercuota sul resto dell’economia e sul resto della popolazione.

In molti casi, si sta assistendo ad un nuovo tipo di riorganizzazione aziendale, che coinvolge non solo il singolo paese in cui l’impresa è insediata, ma anche i paesi esteri situati nelle vicinanze, o addirittura,  in altri continenti. L’abbattimento dei costi di trasferimento delle idee e dei costi di coordinazione della produzione ha reso conveniente separare e spostare all’estero le fasi produttive di un bene, consentendo un’allocazione dei fattori produttivi più razionale ed efficiente. Fasi produttive, prima svolte dai lavoratori nazionali, ora possono essere eseguite all’estero da lavoratori stranieri, implicando una concorrenza svolta non più solo a livello di impresa o di settore, come quella che ha caratterizzato la globalizzazione fino ad adesso, e oggetto di studio delle teorie classiche del commercio internazionale, ma anche a livello di moduli produttivi (tasks), di singolo lavoratore.

Questo fenomeno viene chiamato frammentazione produttiva ed essa è definita come la separazione di una o più fasi produttive prima integrate in un solo sito, ora svolte in vari paesi. Fenomeno del tutto analogo è l’offshoring di servizi: ad essere svolto oltre i confini nazionali è la fornitura di un servizio, non la fase produttiva di un bene. Dal punto di vista teorico questi due fenomeni possono essere posti sullo stesso piano.

Il commercio legato alla frammentazione produttiva, ovvero il commercio di tasks, è considerato da alcuni economisti l’elemento caratterizzante di questa fase del commercio internazionale, ma è bene sottolineare che è ancora piccolo rispetto al commercio di beni finali, tuttora prevalente in ambito internazionale.  

Nel box. 1 verrà illustrato un classico esempio di frammentazione produttiva: la bambola Barbie della Mattel.

 

 

BOX 1. LA GEOGRAFIA PRODUTTIVA DELLA BAMBOLA BARBIE

 

La produzione della bambola Barbie costituisce in letteratura (Feenstra 1998) un classico esempio rappresentativo della frammentazione produttiva. Alcune materie prime, quali plastica e capelli, provengono dal Taiwan e dal Giappone; altre come i vestiti di cotone dalla Cina; la vernice e la progettazione dagli USA. In Indonesia, Malesia e Cina avviene la fase di assemblaggio e la decorazione. La bambola viene poi spedita da Hong Kong negli Stati Uniti. Sono ben 7 le nazioni coinvolte!

E non senza generare profitti. Vediamo il flusso di costi e ricavi per unità di prodotto:

 

+      0,35 $   spesi per la lavorazione

+      0,65 $   spesi per le materie prime

+      1,00 $   rimaneva ad Hong Kong per i costi di intermediazione e trasporto

+      7,00 $   venivano spesi per altri costi come la distribuzione, marketing, ecc.

Tot.  9,00 $

 

Il prezzo medio di vendita negli USA è di circa 10,00 $.

Profitto netto è pari a: (10-9)$=1 $ pari al 10% dei ricavi.

Certo la Barbie è un prodotto americano, in quanto la Mattel risiede negli Stati Uniti, ma lo stesso non lo si può più dire per la sua produzione.

 

 

Diversi sono i modi con cui un’impresa possa realizzare la frammentazione: commissionando all’estero fasi di perfezionamento del bene; con un contratto di sub-fornitura con imprese estere; infine, con un investimento diretto estero. Di fronte alle innumerevoli spinte concorrenziali che giungono dal mercato, l’impresa può seguire un’unica direzione: efficienza e qualità del prodotto. La frammentazione produttiva offre delle possibilità in questo senso: si può registrare un abbattimento dei costi di produzione, garantendo comunque un certo grado di qualità del prodotto finale grazie anche al mantenimento dei controlli che vengono effettuati lungo tutta la catena produttiva. Ma c’è da dire che né la parità di qualità né l’abbattimento dei costi siano risultati sempre facili e scontati da ottenere. Per il primo, ovvero per la parità di qualità, si può citare un fatto accaduto di recente: è di qualche mese fa la notizia proprio della Mattel di ritirare dal mercato alcuni dei suoi giocattoli prodotti su scala intercontinentale, per la loro pericolosità dovuta all’impiego di sostanze risultanti tossiche. Per quanto riguarda l’abbattimento dei costi di produzione, è vero che esso si può ottenere attraverso la specializzazione nei settori più competitivi, ma è altrettanto vero che l’impresa deve sostenere altri costi legati all’internazionalizzazione come ad esempio: la selezione del luogo più conveniente in cui esportare alcune fasi della produzione, le autorizzazioni necessarie per l’apertura di nuovi stabilimenti all’estero, la ricerca di nuovi fornitori e partner commerciali, ecc. La scelta organizzativa ottimale deve discendere da una attenta analisi costi-benefici e non può prescindere da questi due obiettivi enunciati prima, essenziali per la sopravvivenza dell’impresa nel mercato.  Solo, quindi, dopo un accurata indagine si può decidere se continuare a mantenere assemblata in un unico stabilimento tutta la fase produttiva oppure se ricorrere alla frammentazione della produzione.

2. Gli Effetti

La frammentazione produttiva può dare degli importanti contributi alla crescita della produttività e al mantenimento di un certo grado di occupazione nelle imprese. Partendo dall’ipotesi che vengano esternalizzate le fasi produttive con un margine produttività-salario inferiore (i minori salari pagati ai lavoratori esteri possono compensare di molto la loro minore produttività), la crescita della produttività  è dovuta al fatto che il lavoro si concentrerà su di un minor numero di tasks e nei quali l’impresa possiede un vantaggio competitivo, ovvero quelli in cui il margine produttività salario è maggiore. Per quanto riguarda l’occupazione, grazie alla maggiore produttività e competitività ottenuta dall’impresa con la specializzazione delle fasi produttive, i volumi di produzione potrebbero aumentare e con questa anche l’occupazione.

L’entrata della concorrenza internazionale anche a livello della singola fase di produzione e la possibilità di  far svolgere all’estero uno stesso lavoro in cui il margine produttività-salario è superiore, può fornire un incentivo ad essere più efficienti, come anche ridurre i salari nella misura in cui questi non corrispondano ad un adeguato livello di  produttività e togliere il posto di lavoro alle persone impiegate nelle fasi esternalizzate. Aspetti, quest’ultimi, a supporto di chi invoca il protezionismo come la soluzione da adottare. Ma nelle economie avanzate è in atto un processo di deindustrializzazione che sembra spiegare meglio la riduzione di posti di lavoro nelle imprese industriali. In questa calo di occupazione e nella riduzione dei salari, in particolar modo di quelli poco qualificati,  un ruolo determinante lo gioca la tecnologia. L’uso del computer all’interno dell’impresa ha permesso un riduzione del personale e un aumento dell’efficienza a parità di volumi prodotti. Come rilevato dagli studi empirici, la quota di riduzione dei salari dovuta al commercio non è rilevante (Bhagwati 2007). Come anche la possibile riduzione dell’occupazione nei paesi di origine di chi delocalizza alcune fasi della produzione non sembra essere stata confermata dalle indagini empiriche, e al più gli effetti della globalizzazione possono aver accentuato il trend di riduzione degli occupati nell’industria sul totale degli occupati (si veda Viesti-Prota 2007).

Gli effetti negativi generati da questo fenomeno possono ricadere in larga parte sui lavoratori impiegati nelle fasi della produzione esternalizzate: essi possono perdere il proprio lavoro.

Andando oltre, molti autori hanno fatto una considerazione diversa a riguardo. Se non si avesse la possibilità di usufruire dei vantaggi offerti dalla frammentazione produttiva, l’impresa avrebbe maggiori difficoltà a mantenere lo stesso livello di occupazione e di produzione per la presenza di maggiori competitori sul mercato globale. O espressa in modo più esplicito, se con la frammentazione produttiva vi è qualche possibilità di mantenere un certo grado di occupazione, e di registrare in seguito, come abbiamo visto sopra, un probabile aumento, mantenendo la produzione assemblata in un unico sito vi è la possibilità che l’impresa chiuda e licenzi tutti i suoi dipendenti.

Consideriamo, a questo punto, i risvolti sull’intera economia. Con la frammentazione produttiva, la superiore tecnologia dei paesi avanzati viene combinata con la forza lavoro dei paesi esteri, il che comporta un trasferimento di tecnologia, riferita a quella particolare fase esternalizzata, al di fuori del territorio nazionale. Questo trasferimento potrebbe risultare dannoso per l’economia interna. Il motivo è così riassunto nelle seguenti righe: i paesi avanzati posseggono un vantaggio comparato nelle tecnologie avanzate. Il margine di produttività si riflette in un contenimento dei prezzi dei beni esportati e in un valore elevato dei salari nazionali. Se i competitori esteri imitano la tecnologia o sviluppano quella esistente, aumentando così i propri vantaggi comparati nel settore di esportazione dei paesi tecnologicamente sviluppati, provocano i seguenti effetti: il margine di produttività si riduce, la domanda del bene di esportazione diminuisce, diminuendo il prezzo del bene e conseguentemente la ragione di scambio internazionale, e i salari reali calano (Samuelson 2004). Il trasferimento di tecnologia, di contro, se avviene nei settori di importazione, può risultare positivo in quanto produrrà importazioni a prezzi più bassi, con vantaggi che superano gli svantaggi (Baldwin 2006).

Nonostante il commercio internazionale possa ridurre i vantaggi comparati in un settore, la convenienza degli scambi e il benessere dei paesi non diminuirà, in quanto i vantaggi comparati non sono statici, ma dinamici, si evolvono nel tempo, come del resto evolvono anche le economie. Ad esempio altre nuove scoperte tecnologiche possono ristabilire il margine di produttività dell’economia interna, oppure l’aumento di tecnologia dei paesi esteri possono produrre dei vantaggi comparati dell’economia interna in altri settori, ecc.

Il protezionismo non è la strada da intraprendere per una serie di motivi. Innanzitutto, come abbiamo visto sopra, la quota di riduzione dei salari dovuta alla globalizzazione non è rilevante e la diminuzione degli occupati nel settore industriale è dovuto più al trend storico di deindustrializzazione delle economie avanzate, che non alla frammentazione produttiva. Essa, anzi, può provocare un aumento dell’occupazione o comunque può non farla diminuire. In secondo luogo anche se i vantaggi comparati possono cambiare e ridurre anche i guadagni derivanti dal commercio, quest’ultimi rimangono comunque positivi. Terzo, la crescita di un paese e l’aumento della sua produttività, come ad esempio quella della Cina o dell’India, non deve spaventarci per una serie di motivi:

·        com’è stato dimostrato dalle teorie tradizionali del commercio internazionale, la crescita dei paesi esteri si ripercuote positivamente sulle economie degli altri paesi;

·        la maggiore concorrenza e il rischio di perdere quote sul mercato può spingere le imprese interne ad essere più innovative ed efficienti;

·        se un paese diventa ricco, il commercio con gl’altri paesi ricchi può diventare di tipo intra-industriale, piuttosto che inter-industriale: si assisterebbe ad uno scambio di stessi beni, non omogenei, aumentando così i benefici per l’aumento delle varietà, e non si produrrebbe una riduzione della ragione di scambio, vista prima nel caso in cui l’economia estera aumenti la sua produttività nei settori di esportazione dell’economia interna (Panagariya 2007).

Per ultimo, ma solo in questo elenco e non per questo meno importante, se vi fosse una chiusura delle frontiere, ci sarebbe una riduzione netta del reddito pro-capite per le popolazioni di tutto il mondo.

Instaurare un mercato in cui vige la regola del libero scambio e non vi siano barriere al commercio è ritenuto il modo migliore per accrescere il benessere della popolazione mondiale, ed è anche l’obiettivo principale che viene perseguito da un importante istituzione internazionale: l’Organizzazione Mondiale del Commercio (in inglese World Trade Organization (WTO)).

4. Politiche e conclusioni                                                                                       

La frammentazione produttiva ricopre ancora una parte molto piccola di tutto il commercio internazionale, e il commercio di tasks e di beni intermedi generato dal fenomeno in analisi completa il quadro degli scambi in ambito internazionale, che continua ad essere dominato dallo scambio di beni finali. Quindi tutto ciò che è stato  trattato in questo testo, compreso l’argomento delle politiche che sarà di seguito esposto, deve essere riportato e contestualizzato nell’ambito della scena globale esistente.

È bene, inoltre, sottolineare come la frammentazione produttiva sia un fenomeno abbastanza recente ed abbia alla sua base lo sviluppo delle tecnologie digitali, avvenuto proprio alla fine del secolo scorso, che rendono meno onerosi i costi di trasferimento delle idee e di coordinazione della produzione. Lavori prima ritenuti non commerciabili ora, grazie all’abbattimento dei suddetti costi, lo possono diventare. A riguardo si pensi alla programmazione di software aziendali per l’analisi della clientela la quale può essere oggi fatta eseguire in India, o al servizio offerto dai call center. Non è possibile, comunque, pensare di farsi tagliare i capelli in India.

L’aspetto più importante che riguarda il fenomeno della frammentazione produttiva è l’entrata della competizione internazionale all’interno dell’impresa. Resta impossibile predire quali tasks saranno coinvolti nel processo di riorganizzazione produttiva, in quanto le imprese hanno caratteristiche diverse le une dall’altre ed ognuna possiede al proprio interno delle interconnessioni tra le varie fasi che è difficile sapere: ogni impresa avrà un suo assetto ottimale e non si può stabilire a priori, senza tenere in considerazione la singola realtà aziendale, quale sia lo schema di riorganizzazione produttiva migliore da adottare. Sarà il mercato a livello internazionale di volta in volta a dirigere ed a cambiare la convenienza di quali tasks esternalizzare, e in quale luogo trasferirli. Si pensi se, ad esempio, nei paesi in via di sviluppo vi sia un aumento delle forze sindacali, che facciano aumentare i salari. In maniera del tutto probabile, la convenienza a far permanere la produzione in quei paesi diminuirebbe, aumentando, invece, la convenienza a spostare le fasi produttive verso altri paesi, prima ritenuti non vantaggiosi per l’esternalizzazione. Nessuno sa con certezza cosa accadrà in futuro nei mercati. Secondo alcune stime fatte da studiosi americani le fasi indicate come le più probabili ad essere soggette all’offshoring sono quelle operanti nei settori dell’Information Technology, quelle che ottengono risultati trasferibili tramite fibra ottica, quelle caratterizzate da poca necessità di presenza fisica e di contatto visivo (Van Welsum and Reif 2005).

Un singolo tasks si può trovare in molte imprese e in vari settori, rendendo di fatto non appropriata una politica a livello di settore e preferibile, invece, una politica centrata sui lavoratori. Dato che stabilire quali tasks saranno più competitivi e non soggetti all’offshoring è impossibile a priori, le autorità politiche devono essere molto più caute nel decidere in quale settore orientare i lavoratori e la propria economia. Allora, ci si può chiedere, quali sono le politiche che i governi possono attuare?

Una risposta immediata che può dare un lavoratore quando perde il proprio il posto di lavoro è: trovare un’altra occupazione. La flessibilità del mercato del lavoro può consentire un pronta riallocazione dei fattori produttivi, in quanto l’economia crea e distrugge lavoro. Una forza lavoro in grado di poter svolgere più mansioni ed in grado di adeguarsi alle richieste del mercato, è senz’altro meno colpita dalle turbolenze e dalle trasformazioni che avvengono nell’economia, o quanto meno riesce ad attutire meglio eventi non favorevoli. Creare un sistema di formazione e di istruzione che prepari i giovani anche ad essere flessibili, ad assumere capacità che li consenta di potersi adattare alla varie offerte del mercato del lavoro e ad apprendere al meglio ciò che viene insegnato, può essere la strada giusta da seguire per le autorità governative.

Difficoltà maggiori, tuttavia, permangono, allo stato attuale, per gli operai di una certa età: essi hanno svolto per tutta una vita un lavoro e con maggiori difficoltà troveranno un altro impiego. L’intervento dello stato nell’economia è giustificato da un fallimento del mercato che può essere individuato, in questo specifico caso, in un sottoutilizzo delle risorse disponibili nell’economia. I governi possono assumere, in questo contesto, l’importante compito di attuare dei piani di sostegno ben mirati e indirizzati verso i singoli lavoratori che perdono il proprio posto di lavoro, soprattutto se si tratta di lavoratori poco qualificati e poco flessibili: un sistema previdenziale che fornisca servizi allo scopo di agevolare un reinserimento nel mercato del lavoro, come garantire assistenza alla ricerca del lavoro, fornire un programma di riqualificazione (anche per i lavoratori meno giovani), ecc. può essere una risposta concreta a questo grosso problema sociale (sembra andare proprio in questa direzione l’European Globalisation Adjustement Fund istituito nell’Unione Europea nel Dicembre del 2006…).

Un mercato interno del lavoro rigido, potrebbe rendere per le imprese nazionali molto più conveniente ricorrere alla frammentazione produttiva: essa fornisce l’ultimo stadio di flessibilità di cui le imprese possono avvalersi.

La Globalizzazione genera vantaggi che se ridistribuiti in maniera appropriata ed equa possono aumentare il benessere complessivo delle popolazioni.

La Globalizzazione è un’opportunità di crescita e di sviluppo.

La frammentazione produttiva ne è solo un piccolo esempio.