27/04/2006

Il primato apostolico nella letteratura evangelica

 

“E gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli:[…]
«Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»” (Marco, 10)

 

Il Vangelo di Giuda Iscariota

 

Il 21 Aprile è uscito nelle edicole italiane il libro “Il Vangelo perduto” (abbinato con National Geographic o L’Espresso) in cui Herbert Krosney racconta le peripezie del codice contenente – tra gli altri – l’apocrifo Vangelo di Giuda Iscariota, che ha dovuto attendere quasi quattro decenni dal suo ritrovamento per essere diffuso. La notizia della sua traduzione ha avuto una certa eco mediatica, segno che le origini del cristianesimo riscuotono (forse anche grazie a Il Codice Da Vinci) un certo interesse nel pubblico. In realtà il testo è ancora in fase di studio e nell’ultimo capitolo del saggio citato in apertura possiamo leggere una ricostruzione commentata dei frammenti finora decifrati.
Tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e, in particolare, la nascita dello Stato di Israele, è venuta alla luce una quantità impensata di papiri dei primi due secoli d.C, riguardanti la tradizione religiosa giudaico-cristiana, soprattutto nella località egiziana di Nag Hammadi e sulle sponde del Mar Morto, a Qumran. Una buona fetta di questi tesori archeologici è rappresentata da vangeli apocrifi, vale a dire testi su Gesù Cristo banditi dal canone ufficiale, stabilito nel IV secolo. Di molti di essi conoscevamo l’esistenza solo perché citati dai Padri della Chiesa. Ora che possiamo leggerli possiamo farci un’idea dell’altra faccia del cristianesimo, vale a dire lo gnosticismo. Secondo le sette che lo professavano (o perlomeno la maggior parte di esse), lo Yahvé dell’Antico Testamento rappresentava il male, un dio imperfetto che aveva creato un mondo imperfetto. Per questo il vero Dio aveva mandato suo figlio, manifestatosi nell’apparente forma umana di Gesù, a rivendicare questa verità e a risvegliare la scintilla divina presente in alcuni eletti. La maggior parte dell’umanità, infatti, sarebbe stata condannata alla dannazione per definizione.
Al di là di questa pessimistica rivisitazione del mito, pare che il fulcro delle vicende terrestri del Cristo fosse condiviso con i cristiani “classici”, nonostante alcuni interrogativi fondamentali sugli apostoli.

 

Chi era il più autorevole tra i seguaci di Gesù Cristo? La risposta a questo interrogativo ha dato vita, nei primi secoli della nostra era, a una benigna guerra di cui possiamo a malapena ricostruire le tappe.

I dodici apostoli sono nominati nei tre vangeli sinottici (non in Giovanni, dove si parla solo di discepoli, di cui non è fatta una lista ufficiale). Non tutti potevano aspirare ad ereditare il pesante fardello del Messia, non avendo particolari appigli per la rivendicazione: Giacomo il Maggiore, che pur ha avuto successo come “San Tiago” dopo la presunta predicazione in terra spagnola; Natanaele/Bartolomeo; Andrea, il fratello di Pietro, dall’oscura denominazione grecofona; Simone lo zelota, per la sua appartenenza ai violenti messianisti, i rivoluzionari che combattevano i Romani in nome dell’indipendenza di Israele; Taddeo.
Per tutti gli altri, invece, l'esclusione non è stata così scontata come si potesse pensare.
Il Vangelo di Giuda Iscariota ne è la prova lampante e, a tratti, inaspettata (nonostante la questione fosse già citata da Sant’Ireneo nella sua opera Contro le eresie). Nella visione gnostica l’apostolo traditore è l’eletto dal Signore, perché Gesù gli rivelò tutti i misteri dei suoi piani e così lo convinse a consegnarlo alle autorità e a farlo crocifiggere; in realtà, a liberarlo dal suo involucro mortale. In un’ottica più canonica, si potrebbe pensare che Gesù avesse rivelato a Giuda che egli necessitava di morire in croce per poi risorgere, in modo da diventare “l’agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo” e per testimoniare la grandezza del Signore. In questo senso, Giuda avrebbe avuto un ruolo principale nell’economia del disegno divino. In realtà, se alcune citazioni evangeliche potrebbero supportare questa teoria, altre la sconfessano del tutto. Luca, per esempio, dice esplicitamente che Giuda venne tentato da Satana nella sua decisione di tradire. Ma in Matteo Gesù accoglie Giuda, alla guida dei soldati, con un “Amico, per questo sei qui!” e in Giovanni dice “Quello che devi fare, fallo al più presto”; per di più, in tutti i vangeli Gesù preannuncia il tradimento e la propria passione, senza che né Giuda abbia vacillamenti o scrupoli né i discepoli facciano molto per indagare o impedire il moto degli eventi.

 

I vangeli canonici


La diffusione della Chiesa Apostolica Romana ha inscritto nell'immaginario collettivo l'idea che Simon Pietro fosse il successore di diritto del Cristo. In realtà,
escludendo la tradizione antica, questo concetto è stato mutuato principalmente da un celebre passo del Vangelo di Matteo: "Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa".
Innanzitutto la sentenza, di per sé, si presta a diverse interpretazioni. In aramaico il soprannome di Simon Pietro era Cefa, il cui significato ha a che fare più con la grezza "roccia" che con un "pietra-mattone". Inoltre, bisogna collocarla nel contesto: Gesù chiede ai discepoli chi Egli sia e solo Pietro risponde "Tu sei il Figlio di Dio". Questo è, più verosimilmente, il fondamento su cui nascerà la Chiesa.
Il sospetto, in realtà, è ancora più profondo, se pensiamo che nel passo equivalente del Vangelo di Marco, Pietro risponde semplicemente "Tu sei il Messia" e Gesù non si lascia andare a nessun apprezzamento: l’autore ha voluto censurare il primato pietrino o Matteo ha voluto ricamarci su? La cosa sembrerebbe strana, in quanto Marco è, tradizionalmente, un fedele seguace di Pietro.
In ogni caso, Matteo è sempre stato indicato come autore del vangelo omonimo, sebbene l'esegesi più recente abbia screditato questa possibilità. Eppure, per secoli ciò ha dato credito al testo sacro, in quanto scritto da uno dei Dodici, per di più l'unico che, implicitamente, dovesse essere in grado di scrivere, in quanto pubblicano (esattore delle tasse) tra pescatori ed ebanisti.

 

Giovanni è da sempre considerato, invece, “il discepolo che Gesù amava”, come verrebbe citato nel vangelo omonimo per spirito di umiltà; lo stesso discepolo a cui, dalla croce, Gesù avrebbe affidato Maria – e viceversa. I due, poi, sarebbero vissuti e morti ad Efeso.
E’ vero che, in tutti i vangeli, Giovanni compare nella terna dei favoriti: Pietro, Giovanni e Giacomo il Minore assistono in esclusiva a momenti importanti e privati dell’esistenza di Gesù, come la Trasfigurazione. Però l’identificazione del discepolo amato da Gesù non è così immediata. Il Vangelo secondo Giovanni è l’unico a narrare della resurrezione di Lazzaro; e quando la sorella del ragazzo avvisa Gesù della morte del proprio fratello, annuncia: “Colui che ami è morto”. Potrebbe esserci un nesso? Non poteva essere Lazzaro il discepolo preferito di Gesù?

 

Gli altri vangeli apocrifi

 

“Queste sono le parole segrete che Gesù il Vivente ha detto e Didimo Giuda Tommaso ha trascritto”.
E’ questo l’incipit del Vangelo di Tommaso, ritrovato nel 1945 a Nag Hammadi. La suggestione di questo testo risiede nel fatto che esso non contiene aneddoti o disquisizioni teologiche-cosmiche, ma semplicemente un elenco di dichiarazioni di Gesù, alcune sovrapponibili ad alcune note canoniche, altre nuove e di difficile interpretazione.
Questo scritto gnostico fornisce però altri due indizi nella ricerca: innanzitutto, in aramaico, "toma" vuol dire "gemello". Ciò viene rimarcato dalla ridondanza dell'appellativo utilizzata nei vangeli rivolti a non-ebrei: "Tommaso chiamato Didimo", che l'aramaico e il greco ci fanno tradurre come "Gemello chiamato Gemello".
Nell’incipit si rivela il probabile nome di battesimo dell'apostolo, ma si tratta della minore delle implicazioni. Perché fu chiamato Tommaso? Uno scritto apocrifo sull'infanzia di Gesù racconta che fosse stato il sopravvissuto, tra due gemelli, in un incidente domestico, salvato dallo stesso Gesù bambino. Invece questo vangelo lascia intendere che la "gemellarità" si esplichi a livello mistico e spirituale: Gesù affida a lui il compito di eternare le sue parole, come se fosse uno specchio del Verbo.

 

Abbiamo già ricordato come Giacomo il Minore facesse parte del trio degli eletti, secondo i vangeli canonici. Persino San Paolo, nei suoi scritti, riconosce l’importanza di questo apostolo, identificabile con “Giacomo, fratello del Signore” citato nelle Lettere. Molto ci sarebbe da dire al suo riguardo; fu imprigionato, flagellato e decapitato nell'anno 42 a Gerusalemme da Erode Agrippa, quindi morto martire insieme ad un certo Simone, figlio di Giuda di Gamala. Ufficialmente quest'individuo non aveva niente a che fare con l'apostolato, ma sulla sua identità possiamo formulare alcune ipotesi.
Si trattava di Simone lo zelota, apposizione che ben calza sulla figura delineata da Giuseppe Flavio.
La Chiesa, però, sostiene che all'episcopato gerosolomitano succedette "San Simeone", probabilmente identificabile con il suddetto apostolo. [Essendo in originale "Shimeon", non ha alcuna valenza la diversa trascrizione come Simone o Simeone].

I più oltranzisti tra i revisionisti delle origini del cristianesimo affermano, invece, che il Simone giustiziato insieme a Giacomo fosse proprio Pietro, che quindi non avrebbe potuto emigrare a Roma per fondare una chiesa locale. L'idea cozza con i recenti ritrovamenti archeologici nel Vaticano.
Tornando a Giacomo, egli è protagonista di due Apocalisse a lui intitolate, il cui il risorto Gesù gli svela alcuni misteri della gnosi; questo a dimostrazione della sua importanza, confortata anche dalla notizia che egli fosse il primo Vescovo di Gerusalemme (probabilmente, Sommo Sacerdote giudaico-cristiano).
Per dovere di cronaca, segnaliamo che esiste anche un’Apocalisse di Pietro.

 

L’importanza di Maria Maddalena è sottolineata da vari scritti apocrifi. Innanzitutto da una sentenza del Vangelo di Tommaso, in cui Gesù, rispondendo ai dubbi di Pietro sulla validità di una femmina come depositaria di rivelazioni divine, afferma che farà di lei “un uomo”.
Il Vangelo di Maria Maddalena è ovviamente il più importante sotto questo punto di vista; la donna dice di avere un dialogo privato con Gesù dopo la Resurrezione, anche se gli apostoli faticano a crederle. Nonostante questo, si fa portatrice di una sua rivelazione.
A darle man forte arriva un altro testo, ufficialmente scritto dall’apostolo Filippo, che in realtà non rivendica nessuna autorità, se non quella di confutare alcune verità circolanti all’epoca: come poteva lo Spirito Santo aver “inseminato” Gesù nel grembo di Maria, dal momento che si tratta di un principio femminile (in ebraico è detta ruah, soffio, che ha genere appunto femminile)? Perché tutti dimenticano che Gesù baciava pubblicamente Maria Maddalena, la sua compagna, e che Pietro disapprovava l’importanza della donna (così come segnalato anche dal Vangelo di Tommaso)? E soprattutto, come si può decedere e poi risorgere, quando prima si resuscita e poi si muore (secondo una concezione esoterica dell’iniziazione)?
A queste e molte altre domande suscitate da questa rassegna è impossibile rispondere.

(Michele Miglionico)