KANDINSKY A MILANO
di DANIELA DANTILE
A Milano, dal 10 Marzo al 24 Giugno 2007, Palazzo Reale presenta la mostra “Kandinsky e l’Astrattismo in Italia 1930-1950“, curata da Luciano Caramel, uno dei maggiori studiosi dell’argomento a livello internazionale, in collaborazione con la Fondazione Antonio Mazzotta.
Dopo esattamente sessanta anni di assenza dalla scena espositiva milanese,
Kandinsky torna a Palazzo Reale. Infatti sempre qui, nell’11 Gennaio del 1945,
si apriva la grande rassegna “Arte Astratta e Concreta” in cui Kandinsky era
presente come uno dei maestri europei accanto agli artisti italiani.
Con questa esposizione il Comune di Milano ha voluto rendere omaggio al grande artista russo e nello stesso tempo per la prima volta si è cercato di analizzare e dimostrare i suoi forti legami con l’Arte Astratta in Italia tra il 1930 e il 1950.
Il percorso espositivo è così articolato in due sezioni: la prima dedicata a Wassily Kandinsky e la seconda agli artisti italiani che essendo venuti a conoscenza della sua arte a Parigi, a lui direttamente si ispirarono.
La prima sezione dunque comprende uno straordinario nucleo di 42 opere (oli su tela, acquerelli e pastelli) che consentono l’approccio ai due momenti basilari della vita dell’ artista: gli anni del suo insegnamento al Bauhaus, fino alla sua chiusura nel 1933, e il successivo periodo parigino, fino alla sua morte nel 1944.
La mostra consente un affascinante viaggio attraverso l’ Astrattismo nelle sue diverse sfumature proponendo al pubblico un argomento di significativo interesse culturale destinato altrimenti a restare imprigionato nelle pagine dei libri di storia dell’arte.
Apre il percorso espositivo l’opera COMPOSIZIONE VII del 1913 proveniente dalla Galleria Tretjakov di Mosca presentata con una suggestiva illuminazione seppur, oserei dire, di effetto televisivo.
Gigantesco, monumentale, enigmatico e insieme misterioso. Così appare questo capolavoro della cui unicità era consapevole lo stesso Kandinsky.
COMPOSIZIONE VII è la summa del pensiero e dell’arte di Kandinsky; è matrice di tutto ciò che verrà. Infatti l’opera mostra chiaramente il nuovo linguaggio astratto: il graduale distacco dai riferimenti alla realtà oggettiva, elementi pittorici sparsi liberamente nello spazio senza possibilità di orientamento per chi li osserva, vivacissimi colori che realizzano forme nate non dalla realtà, ma da necessità spirituali della mente.
Nella Russia di fine Ottocento un giovane brillantemente avviato alla carriera universitaria, all’età di trenta anni abbandona tutto per dedicarsi all’arte, lasciando il certo per l’incerto, spinto da una necessità irrinunciabile. Trasferitosi a Monaco di Baviera dove entra in cottatto con gli ambienti culturali più aggiornati, sviluppa gradualmente le basi della pittura non figurativa, capace di comunicare con i suoi soli mezzi: colori e forme resi finalmente liberi dall’ oggetto.
Kandinsky va alla ricerca di un’arte “totale” in cui confluiscano poesia, pittura e musica.
La musica in particolare ha un ruolo importante infatti non a caso, nell’intitolare i suoi dipinti più ambiziosi, Kandinsky si serve di termini tratti dal lessico musicale (Improvvisazioni, Composizioni a cui assegna numeri progressivi proprio come sono soliti fare i musicisti), così come nei dipinti ci sono dei diminuedo e dei crescendo di colori e delle chiavi di lettura.
Come la musica anche la pittura deve essere libera visto che è uno dei pochi strumenti a disposizione dell’uomo per liberare lo spirito ingabbiato nel corpo.
E’ interessante sottolineare il fatto che Kandinsky non sia affatto un precoce visto che modifica tardivamente la rotta del suo destino copionale prendendo le distanze dai suoi studi rigidi e formali di diritto che indubbiamente avevano mortificato il suo “sentire”. Egli è un intellettuale, un filosofo prima ancora che un artista; è fortemente attratto dall’antropologia (si ricordi il suo primo viaggio nella comunità di Vologda, remota provincia russa, per studiare il diritto rurale), dal mondo primitivo e dalla psicologia che proprio in quegli anni si stava rivoluzionando con le scoperte di Freud.
L’Astrattismo di Kandinsky può così essere definito come il terzo occhio attraverso il quale si intende rappresentare una realtà parallela che è quella spirituale.
L’ obiettivo è quello di far vibrare l’ anima, di fissare su una tela “sensibili emozioni sottili”. Quindi tripudio di colori per liberare il bambino e recuperare la dimensione prenatale e infantile, aspetto perduto e continuamente ricercato dall'’anima sofferente. Il colore ha una forte capacità simbolica ed espressiva e Kandinsky sin dai primi anni di vita dimostra una straordinaria sensibiltà nella percezione dei colori che è in grado di memorizzare e quindi di ricordare anche a distanza di anni.
“….Il Colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull’ anima. Il colore è il tasto, l’ occhio è il martelletto. L’ anima è il pianoforte dalle molte corde. L’ artista è la mano che, toccando questo o quel tasto, mette preordinatamente l’ anima umana in vibrazione….” !
Dato che il linguaggio di Kandinsky è quello delle emozioni, esso è comprensibile a chiunque e a qualunque età. Così, saggiamente, la Fondazione Antonio Mazzotta cura con molta attenzione l’ aspetto didattico della mostra per introdurre alla recezione dell’ arte proprio i più piccoli (anche scuole dell’ infanzia), attraverso l’ organizzazione di visite guidate e percorsi didattici molto fantasiosi (uso di strumenti musicali, racconti fiabeschi,…).
Una mostra indubbiamente da non perdere per cogliere quell’ universo di stimoli, atmosfere, impressioni….che magicamente ci riporteranno al mondo fantastico dell’ infanzia!
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