Fotografia:
Henri Cartier-Bresson a Milano + le macchine digitali
Nel 2003 (un anno prima
della morte dell’artista) abbiamo avuto l’onore ed il piacere di visitare la
mostra di Barcellona (Spagna), alla Caixa, in cui
Henri Cartier-Bresson stesso scelse le cento opere fotografiche più
significative del secolo XX (non sue ed infatti la mostra si chiamava “al
gusto di H. C-B.”). In effetti lì erano state esposte anche opere del grande
maestro ed assieme a queste anche testimonianze di vita, oggetti, film che lo
riguardavano. Nel 2006, poi, c’è stata la mostra di Roma a Palazzo Braschi.
Nel 2007, InCultura non poteva perdere, allo spazio Forma di Milano
(P.za Lucrezio 1), la mostra avente per tema “H. C-B : di chi si tratta?”.
La retrospettiva, che sta per chiudersi a marzo, appare
completa di tutta l’opera: foto, film, disegni e documenti originali; duecento
stampe contemporanee e cinquanta originali d'epoca. La retrospettiva è già
stata presentata a Parigi.
Henri
Cartier-Bresson
(Chanteloup, 1908 - L’Isle sur la Sorgue 3, 2004). Di chi si tratta? Forse il
più importante fotografo del secolo passato, per livello artistico, per cultura,
per innovazione.
Uno dei fondatori nel 1947 della mitica agenzia Magnum, già dagli anni Trenta sviluppa il potenziale artistico e reportagistico delle proprie foto, grazie anche alle nuove, quasi tascabili Leica e ai rullini maneggevoli, che consentono un approfondimento delle istantanee, catturando la realtà in fotogrammi irripetibili di vita quotidiana. Studiò pittura con André Lothe a Parigi nel 1927-28. Entrò in contatto con il Surrealismo e con André Kertesz e M. Munckacsi espose a New York e a Madrid nel 1932. Collaborò con Arts et Métiers Graphiques e con Harper's Bazaar, per i quali realizzò, assieme a Paul Strand, una serie di famosi ritratti di artisti famosi: Matisse, Braque, Picasso... Praticando il reportage, realizzò foto storiche sulla liberazione di Parigi del 1944. Per l'agenzia Magnum realizzò memorabili reportage in India, Pakistan, Cina, Cuba, Canada e URSS (1954), ove fu il primo fotografo occidentale a penetrare la cortina di ferro e di informazioni dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ha collaborato con Vu, Life, Paris-Match. Si interessò anche al cinema, producendo alcuni documentari: Victoire de la vie (1937), sui repubblicani della guerra civile spagnola, e Le retour (1946), sul rientro dei prigionieri di guerra. Dal 1974, avendo girato il mondo in lungo e in largo, si dedicò di nuovo al disegno e alla pittura, che considerava “meditative” rispetto alla celerità creativa della fotografia. Il libro Images à la sauvette, nella cui prefazione compare l'espressione "l'instant décisif", fu tradotto in inglese come Decisive Moment: tale espressione sottolinea ancora oggi, da allora, il suo modo di fotografare l'istante decisivo. Le immagini raccolte in quasi cinquant’anni di viaggi intorno al mondo, testimoniano di epocali mutamenti storico-politici e sociali internazionali.
Tra le foto degli
anni ’30-’40, quelle che mostrano il ghetto degli ebrei a Varsavia, i profughi
che arrivano in nave a Manhattan prima della seconda guerra mondiale, la
liberazione dei campi di concentramento da parte degli alleati, i combattimenti
nella Parigi liberata nel 1944. Più che un fotografo Cartier-Bresson sembra uno
storiografo che, alla pari dei greci Tucidide e Senofonte, è calato egli stesso
nel mondo che descrive ( e patirà la prigionia dopo la caduta della Francia
libera sino alla evasione).
I soggetti e i luoghi fotografati nei decenni sono i più vari: dai funerali di
Gandhi ai diseredati dell’India alle rive del Nilo, dalla città proibita di
Pechino violata dall’esercito popolare di Mao, alla Russia di Kruscev.
L’obiettivo, sempre lo stesso: catturare l’essenza dei momenti
“intrappolandola nei confini di una singola fotografia”, Come in Spagna, a
Siviglia: attraverso uno squarcio nel muro bianco tra le macerie di una casa,
corrono e giocano bambini immortalati con un tempismo che sembra “catturare
la vita nell’atto di vivere”.
Il fotoreporter francese documenta anche aspetti sociali e di costume: le
manifestazioni popolari in piazza a Parigi, le prime vacanze pagate, le
domeniche di riposo sulla Senna, il lavoro nelle fabbriche automobilistiche
francesi del dopoguerra. Due immagini scattate in apparenza consecutivamente
mostrano la folla assiepata intorno al monumento alla regina Vittoria, davanti a
Buckingham Palace, nel giorno dell’incoronazione e in quello della morte di re
Giorgio VI: la stessa inquadratura, ma a sedici anni di distanza.
In
Derrière la Gare Saint-Lazare il salto di un uomo che tenta di evitare
una pozzanghera viene fermato in una acronica statuarietà che “raggiunge
l’eternità attraverso il momento”. Quell’uomo, ignoto quanto il milite di
ogni guerra, è ancora lì, dopo anni, sospeso sull’acqua fangosa grazie a chi sa
cogliere l’attimo fuggente. Per Cartier-Bresson, “modificando le prospettive
con un leggera flessione delle gambe, produciamo coincidenze di linee con il
semplice spostamento della testa di una frazione di millimetro”. Ma
nell’attimo dello scatto la composizione geometrica delle forme “non può che
essere intuitiva, poiché siamo alle prese con istanti fuggevoli”.
Nella istantanea che congela i curiosi “guardoni” di Bruxelles (quello con i
baffi sembra Groucho Marx) egli ritrae se stesso, l’artista che per sua natura
è un “guardone” di tutto e tutti e nella foto, in una ottic
a
meta-comunicativa, è il guardone-del-guardone. Eppure l’artista era
rispettoso
degli altri: “Si devono fare fotografie con il più grande rispetto per il
soggetto e per se
stessi”,
sosteneva il fotografo francese. “Fare fotografie è trattenere il respiro
quando tutte
le proprie facoltà convergono di fronte alla realtà che fugge. È il momento che
eseguire alla
perfezione un’immagine diventa una grande gioia fisica e intellettuale.”
E noi continuiamo a prendere lezioni da lui come in futuro, anche digitale,
continueranno a mirare
Derrière la Gare Saint-Lazare
come ci si sofferma dinanzi al Las Meninas di Velasquez.

Per ricordare
Magnum
Agenzia fondata a Parigi nel 1947 da Henri Cartier-Bresson, Robert Capa (1913-1954), G. Rodger, D. Seymour "Chim" e William Vandivert, che abbandonò il gruppo nell'anno seguente per dedicarsi all'industria. L'agenzia, la più famosa del mondo, funziona come una cooperativa di membri permanenti, ai quali possono aggiungersi collaboratori saltuari. Tutti i fotografi sono indipendenti e liberi nella scelta e nel trattamento dei propri temi di lavoro. Prime sedi furono Parigi e New York, quindi Londra e Tokyo. Le sue immagini sono comparse sulle più grandi riviste del mondo, nonché libri, cataloghi, esposizioni antologiche. Presente in Rete.
A PROPOSITO DI FOTO DIGITALI
Ci
viene chiesto spesso quale macchina fotografica digitale, pur costando sotto
il tetto di mille euro, abbia caratteristiche tali da non far rimpiangere
nemmeno costosissime reflex digitali definite “professionistiche”. Da tempo
usiamo per documentazione varia (paesaggistica, ritrattistica, artistica,
medica, antropologica, viaggi ecc.) un sistema di obiettivi con corpo macchina
a rollini 135 (fotochimica, per intendersi), la semiprofessionale Canon EOS
30: il sistema è perfettamente compatibile con il corpo macchina digitale EOS.
Abbiamo cominciato con la 300D, in uso alla redazione, ed ora abbiamo provato
la 400D. Uno strumento duttile per tutte le professioni in grado di stimolare
la creatività oltre a dare immediati riscontri documentari.
La Eos 400D è
dotata di sensore CMOS da 10,1 Megapixel, del nuovo
EOS
Integrated Cleaning System
(sistema integrato di pulizia del sensore) e di uno schermo LCD da 2,5
pollici. Raccoglie un'eredità pesante, quella della EOS 300D, la prima reflex
digitale "per tutti" e della EOS 350D, la più venduta al mondo. La Canon 400D
si presenta come una macchina veloce, grazie anche la processore DIGIC II. Il
numero massimo di scatti consecutivi, persino con l’aumentata risoluzione
delle immagini, è quasi raddoppiato, passando da 14 a 27 in formato JPEG alla
massima risoluzione e da 5 a 10 in formato RAW.
C'è poi lo schermo da 2,5 pollici con una risoluzione di 230.000 pixel e un
ampio angolo di visuale: 160 gradi. Il sistema autofocus cresce da 7 a 9 punti
di messa a fuoco, con un punto centrale altamente sensibile (f2,8) che
promette prestazioni eccezionali anche con livelli bassi di luminosità.
Pensate: vi è la possibilità di scattare immagini ad alta risoluzione in doppio formato (JPEG e RAW), in contemporanea. Così disporrete di due foto originate da un singolo scatto e, si sa, con il formato RAW potete sbizzarrirvi con la elaborazione computerizzata.