Arctic Monkeys: il rock al tempo di internet

 

C’era una volta -e c’è ancora-, nella nebbiosa Sheffield in Inghilterra, una rock band di ragazzi che risponde al nome di Arctic Monkeys. Il loro sogno era comune a quello di tanti ragazzi della loro età che suonano in un gruppo musicale: diventare delle rock star. Dal sogno alla realtà, il passo è stato breve per questi ragazzotti della provincia inglese, grazie all’aiuto offerto loro da internet. Un sito con tanto di blog ha permesso la materializzazione di centinaia di migliaia di contatti di ragazzi/e inglesi e non che sono rimasti stregati dalla loro musica . Così, come novelli pifferai magici internettiani, per gli Arctic Monkeys si sono aperte le strade dei concertini nei pub inglesi che hanno permesso loro di essere notati dai critici delle più quotate riviste musicali inglesi, che si sono già sprecati a definirli la next big thing del rock inglese (cosa che fanno ogni volta che ascoltano qualcosa di diverso dal pop usa e getta), e di essere assoldati da una delle più cool case discografiche made in England, la Domino Records, già scopritrice a suo tempo dei Franz Ferdinand. I “fantastici quattro” arrivano quindi a realizzare in tempi celeri quello che si è rilevato essere il più venduto disco d’esordio di tutti i tempi in Inghilterra, l’ormai celeberrimo Whatever people say I am, that’s why I’m not. I numeri farebbero rabbrividire qualsiasi rock band di esperienza consolidata: 11.000 copie vendute il giorno della pubblicazione e la bellezza di un milione di copie vendute nei successivi otto giorni in tutto il mondo. A questo punto non resta che analizzare la qualità musicale della loro produzione artistica, connotata dall’ironia dei testi (basti vedere il titolo dell’album!) e da un sapiente uso dei riff di chitarra, come nel singolo di esordio I bet you look good on the dancefloor, avente una struttura compositiva simile a Last nite degli Strokes, senza averne però la stessa forza espressiva. Un'altra caratteristica dell’album, dai più catalogato fra gli album new wave, sono le ritmiche funk che percorrono tutto l’album e che si avvertono nel secondo singolo When the sun goes down. Le canzoni degli Arctic Monkeys, pur presentando un’innata freschezza, mancano ancora di un originalità che permetta di distinguere il sound del gruppo da quello degli altri artisti presenti sulla scena attuale dell’alternative/indie rock.; in particolare, la voce di Alex Turner risente troppo dell’influsso “libertino” di Pete Doherty, come nella b-side Bigger Boys, contenuta primo singolo. Alla fine dell’ascolto dell’album, gli Arctic Monkeys se la cavano con un’ampia sufficienza, con la speranza che il prossimo album possa aiutare a comprendere meglio quale sarà il posto che occuperanno nella storia del rock.

                                                                                                                                  (Maria Grazia Filisio, Marzo 2006)