L’istruttoria di Peter Weiss
Confrontarsi con testi teatrali considerati ormai dei classici, per una compagnia
di non
professionisti, può sembrare non facile di primo acchito un
esperimento impegnativo. Ma la caparbietà e la serietà nel lavorare porta sempre
a buoni risultati. Conferma di questo è data dal lavoro svolto dalla compagnia Mimesis, che ha deciso di mettere in scena un testo impegnativo come
L’istruttoria di Peter Weiss.

Questo fondamentale lavoro teatrale fu scritto da Weiss nel 1965, dopo che egli ebbe assistito di persona al processo che si tenne dal 10 dicembre 1963 al 20 agosto 1965 a Francoforte sul Meno. Si trattò di un processo contro un gruppo di SS e di funzionari del Lager di Auschwitz, in cui per la prima volta la Repubblica federale tedesca affrontava in maniera impegnativa la questione delle responsabilità individuali, dirette, imputabili a esecutori di ogni grado, attivi nei recinti di Auschwitz. Furono 409 i testimoni ascoltati nelle 183 giornate di istruttoria, 248 dei quali scelti tra i 1500 sopravissuti del Lager.
Peter Weiss, che assistette a molte sedute del processo, sbobinando i resoconti redatti in quell’occasione, ha scritto l’opera teatrale forse più significativa e vera sul dramma dell’Olocausto. Undici sono i canti, in versi, che compongono l’intera opera, tutti dai titoli molto significativi. La compagnia di Marco Pilone ha scelto di rendere più fruibile un lavoro che altrimenti sarebbe durato più di tre ore, scegliendo di non rappresentarlo integralmente. Solo otto degli undici canti originari sono stati interpretati, senza seguire l’ordine originale, e a loro volta non integralmente eseguiti. Questo non ha però sminuito l’importanza della rappresentazione, soprattutto agli occhi di chi vi si approcciava per la prima volta. Si ascolta sconcerti quello che i protagonisti narrano nei canti chiamati della banchina, del lager, della parete nera, del fenolo – in cui vengono descritti gli assurdi esperimenti a opera dei medici-, dei forni, e della possibilità di sopravvivere. Quest’ultimo è uno di quello che più rimane impresso, perché rende benissimo l’idea dei contorti meccanismi e dei compromessi che portavano alcuni prigionieri, pur carichi di sensi di colpa che li avrebbero accompagnati tutta la vita, a una sorta di collaborazione con i carnefici in cambio di un qualche privilegio – se una parola del genere può avere un senso in un simile contesto- durante la permanenza nel lager. La forza e l’efficacia di quest’opera teatrale ne fanno una visione importantissima ed imprescindibile, dall’altissimo valore morale ed etico, a cui ognuno di noi dovrebbe assistere almeno una volta.
Olga Miglionico, marzo 2006