MEGALITISMO

Nelle considerazioni precedenti abbiamo riflettuto sul linguaggio delle Pietre quale costante della storia e comunicazione umana, evidenziando altresì l'ambiguità antropologica della parola progresso. Abbiamo sottolineato che il Sistema delle Età di Thomsen va inteso quale indicatore di stadi di sviluppo e non di datazioni. Con tali premesse si è delineato l'avvento della metallurgia nello scenario dell'Europa neolitica, discendendo alla realtà del Bronzo nell'Italia Centromeridionale ed in particolare in Puglia. Uno zoom è stato riservato all'insediamento capannicolo a carattere protourbano della costa pugliese, onde conoscere - sia pure in modo approssimato - la vitalità dei nostri progenitori negli scambi culturali dell'epoca bronzea.

Adesso è necessario ritornare sui nostri passi per accostare il fenomeno del megalitismo europeo, in quanto esso va a radicarsi nel IV millennio a.C. (e più?), nel Neolitico, per la maggior parte delle aree europee (ivi compreso l'arcipelago maltese), a differenza della realtà megalitica pugliese la quale è posteriore e tutta nel Bronzo.

Il megalitismo: ma che cosa significa megalitico?

Megalitico è aggettivo abusato, meramente strutturale ed equivale a edificato con grandi pietre.

Strutture megalitiche formano un eterogeneo gruppo di monumenti rituali e cultuali a cavallo di preistoria e protostoria europea. Ne sarebbe sinonimo - fantasioso ed improprio - l'aggettivo ciclopico, allorché si parla di mura ciclopiche, a carattere per lo più difensivo (si ricordino in Puglia le mura ciclopiche di Altamura ed i resti delle mura ciclopiche inglobati nella struttura del convento di S. Benedetto a Conversano). Rientrano nelle strutture megalitiche:

È opportuno rimarcare la differenza tra termini strutturali e termini funzionali. La struttura risponde a quesiti del tipo: come è fatto?di che cosa è fatto? quanto misura? ecc. La funzione risponde al quesito: a che cosa serve?

Se, per esempio, diciamo dolmen (parola di origine bretone: dol, tavola; men, pietra) descriviamo solo una struttura che consta di due pietre verticali (ortostati laterali) coperte da una lastra orizzontale di pietra.

 

Il dolmen diviene tomba a camera megalitica con descrizione della funzione sepolcrale. A sin. Dolmen di Bagneaux (Francia) grande come un grosso garage.

Così menhir (dal bretone men, pietra; hir, lunga) non suggerisce di per sé alcuna interpretazione funzionale.

Strutture megalitiche sono presenti nell'architettura extraeuropea p.e. presso le civiltà precolombiane in America: pertanto il termine non connota neanche esclusività geografiche.

Il megalitismo in Europa

In Europa, l'inizio di una vera e propria architettura può essere fatta risalire al Neolitico. A partire dal IV millennio a.C., tribù di pastori ed agricoltori edificarono rozzi monumenti caratterizzati da megaliti (dal greco, megas, grande; lithos, pietra). Non si tratta mai di abitazioni bensì di qualcosa che ha a che fare con opere pubbliche (C. Dan): monumenti, tombe collettive, recinti cultuali (sorta di templi all'aperto).

La complessità tecnologica di tali costruzioni è notevole e suscita ammirazione. Le antiche comunità europee dovettero sottoporsi ad uno sforzo prolungato e coordinato per erigere opere che rivelano buone doti di progettualità. Comunque non c'è nulla di fantascientifico nel lavoro dei nostri progenitori. Eppure il solo nominare Stonehenge evoca ancora oggi fantasie di misteriose cerimonie magico-religiose oppure fantasie di sapore astronautico. È evidente che la dimensione di taluni edifici ha solleticato e solletica l'immaginario collettivo proprio perché nel tempo i discendenti di tali costruttori hanno smarrito il significato iniziale e reale delle costruzioni. È stato anche grazie a questa "aura" favorente fenomeni di tipo proiettivo, che alcune opere sono giunte fino a noi con poche manomissioni. La stessa Chiesa Cattolica nel Medioevo ha emanato più volte divieti locali di culto oppure ha tentato di cristianizzare menhir (apponendovi delle croci), nel disperato tentativo di dipanare l'intreccio religioso con culti pagani pregressi. Talora il tentativo di cristianizzare è stato operato dallo stesso singolo: nel cimitero bretone attiguo alla strada dipartimentale 781, nei pressi di Locmariaquer - ove si ammira il menhir più alto che si conosca e lo splendido dolmen detto la Tavola dei Mercanti (vedi foto, sotto) - si può apprezzare un menhir cristianizzato che in altezza contrasta con le lapidi funerarie delle tombe vicine.

Gli stessi nomi dati ai monumenti megalitici - Tavola dei Mercanti, Pietra della Fata (il Grande Menhir spezzato di Locmariaquer), Montagna delle Fate (il tumulo di Mené-er-Hroec'h) ecc. - sottolineano la necessità, durante il Medioevo, di "attualizzare" monumenti inquietanti. La "celtomania", diffusasi nella prima metà dell'800, indicava ancora nei dolmen altari druidici, ove sacerdoti sacrificavano le loro vittime e compivano oscuri riti. Solo la scoperta di utensili non metallici cominciò ad insospettire i primi scavatori. Ma di quanto era possibile retrodatare un manufatto nel secolo scorso? Prima delle teorie di Darwin (1859) si supponeva che l'origine dell'Uomo coincidesse con la sua creazione biblica e ci si rifaceva alla cronologia di Ussher: l'arcivescovo irlandese Ussher, agli inizi del 1600, calcolando a ritroso le genealogie bibliche, aveva stabilito che l'Uomo era stato creato nel 4004 a.C. John Lightfood, dell'Università di Cambridge, nel 1642, fu ancora più preciso nella datazione: il 23 ottobre del 4004, alle ore nove del mattino (!). Dobbiamo attendere il 1925 perché fosse pubblicata la prima sintesi della preistoria europea su basi moderne: The Dawn of European Civilisation dell'australiano Vere Gordon Childe.

Altro motivo d'equivoco derivato dalla parola megalite sorge dall'accostare fantasiosamente grandi pietre lontane fra loro nel tempo e nello spazio: così qualcuno ha tentato di accomunare allineamenti di menhir (p.e. Carnac, nel Morbihan-Bretagna) ai famosi Moai dell'isola di Pasqua (vedi foto a colori, sotto), i quali risalgono a secoli dopo Cristo.

 

Non c'è alcun nesso storico tra megaliti di diversi continenti se non quello che intercorre tra "una chiesa cristiana, una moschea musulmana e una pagoda" (C. Dan). Il nesso è dunque antropologico, è l'uomo che ha sempre dovuto ridimensionare l'angoscia esistenziale sistematizzandola in cosmogonie e rituali.

Appare utile, nell'ambito europeo, supporre l'esistenza di una cultura megalitica autoctona. La gamma dei megaliti europei è ampia e gli archeologi hanno inizialmente mutuato dal lessico popolare vocaboli come menhir, dolmen, cromlech (sempre dal bretone crum, curva; lech, pietra), henge (termine inglese affine a cromlech), dysser (danesi), ecc.

Successivamente, con l'arricchirsi di conoscenze e metodi di studio, si è privilegiata una nomenclatura che rispecchiasse, ove possibile, la funzione cultuale, templare o sepolcrale e molti dolmen sono stati identificati come tombe a camera , alla pari del Tholos (egeo), Domus de ianas (sarde), delle Tombe dei Giganti (sarde), Hunebed (olandesi), Dysser (danesi) ecc. La tomba a camera può essere ricondotta a tre modelli principali: tomba a corridoio, tomba a galleria, tomba ad entrata. Essa compare dopo l'introduzione dell'agricoltura e prima degli inizi della metallurgia, per cui assume facilmente attributi megalitici nel contesto europeo.

Un bell'esempio ci viene dalla tomba a camera di Quanterness, nelle isole Orcadi, Scozia, la quale si stima contenesse i resti di quattrocento individui, grazie ad una circonferenza di 45 m. ed altezza al centro di 3,5 m. In realtà è una tomba a camera centrale con sei camere laterali.

Quanterness rivela alla datazione con Carbonio 14 un utilizzo a partire dal 3200 a.C. e risulta quindi anteriore di qualche secolo rispetto alle piramidi egiziane più antiche. Tale rilievo, assieme ad altri, consente di "sfatare" la vecchia concezione diffusionistica, secondo cui l'Europa "barbarica" si sarebbe limitata a riprodurre le civiltà del vicino Oriente. In Europa esistono alcune decine di migliaia di monumenti megalitici, dall'Europa atlantica a quella mediterranea: grazie alle datazioni con il C-14 si è appreso che in varie aree europee atlantiche i monumenti sono antecedenti agli esempi del bacino mediterraneo e, pertanto, sono d'origine locale. Comunque ritenere la diffusione di senso opposto (cioè verso il Mediterraneo) sarebbe un altro errore: basti ricordare che i templi maltesi vanno dal 4100 a.C. al 2500 a.C. (Zebbug, Ngarr, Ggantija, Saflieni e Tarxien).

Renfrew ha suggerito cinque o sei aree del tutto indipendenti, nelle quali il megalitismo sarebbe sorto spontaneamente e non "importato": la Bretagna francese, Portogallo e forse Spagna, Danimarca, Irlanda, Inghilterra Meridionale. Ma il problema è tutt'altro che risolto e risolvibile. E Malta? Ivi la cultura dei templi già accennata è opera di popolazioni sicule giunte nell'arcipelago intorno al 4100 a.C.. Le origini dei templi sono "precedenti alla civiltà minoico - micenea, sumerica ed egiziana " (R. Berretti) e l'architettura appare originale e raffinata: ogni ambiente è caratterizzato da simbologie sacrali, nicchie, raduni, portali, altari sacrificali che ricollegano al culto della da madre. È un'altra area da aggiungere a quelle di Renfrew.

C. Renfrew, nella propria impostazione analitica, ha dato molto rilievo alla distribuzione temporale e spaziale dei monumenti megalitici del Wessex preistorico. Tale distribuzione non appare casuale ed, unitamente al concetto di scala assoluta, rende plausibile una certa "territorialità" dei monumenti sovradimensionati, cioè una gerarchia su base territoriale con differenziati bacini d'utenza. La scala assoluta tenta di calcolare la grandezza d'investimento di manodopera richiesto dall'edificazione di un monumento megalitico. Le stime sono fondate su metodi semplici di rimozione della terra, sull'uso d'utensili elementari (pale di legno, picconi di corna di cervo ecc.).

 Si è calcolato così che tumuli lunghi del Wessex - non strettamente megalitici - hanno richiesto 1000 - 10000 ore lavorative, il che equivale al lavoro esprimibile da parte di venti uomini in una cinquantina di giorni. I grandi Henge del tardo Neolitico hanno richiesto 1000000 di ore fino a giungere alla stima di 18-30 milioni di ore lavorative per Silbury Hill e Stonehenge (R.J.C. Atkinson, Un. College di Cardiff). Ricerche sperimentali filmate (archeologo J.P.Mohen, 1979) hanno consentito di stabilire che, per muovere un blocco di pietra di 32 tonnellate, occorrono 200 persone, 170 funi, 30 rulli di legno e molti tronchi : l'avanzata possibile è di circa 80 metri al giorno, il che significa che per trasportare dal punto di estrazione alla sede definitiva di Bougon-Poitiers (4 km) un lastrone di copertura di dolmen sono stati necessari almeno un mese e mezzo di lavoro.

Esiste dunque una gerarchia fondata sulle ore di lavoro occorse.

Renfrew ipotizza, nel sud dell'Inghilterra, l'esistenza di società gerarchizzate (chiefdom) incentrate sui cinque henge molto grandi del Wessex. L'ipotesi è suggestiva e stimolante anche per la nostra area megalitica. Quanta manodopera è occorsa in Puglia per l'erezione di monumenti sia pure più modesti? È possibile anche da noi una gerarchizzazione? O perlomeno una delimitazione dei bacini d'utenza? Malgrado il minor dimensionamento, anche da noi sono stati trasportati blocchi litici e talora da lontano: la pietra blu di Stonehenge ha percorso centinaia di miglia prima di essere posta in loco ed - in scala ridotta - il menhir di Canne-Barletta proviene da una posizione geologica distante alcuni chilometri dal luogo ove oggi lo possiamo ammirare. Eventi nuovi, nel calcolo delle scale assolute, possono essere da noi l'utilizzo di utensili diversi, forse anche metallici.

Quel che balza evidente nella letteratura recente è il nuovo riferimento allo studio dell'aggregazione sociale. Per l'edificazione delle tombe a camera, Renfrew propone tre spiegazioni socioarcheologiche:

1.     La coesione sociale (enfasi dell'unità sociale; atto simbolico derivante dalla durevolezza dei materiali litici rispetto ai lignei, punto di riferimento "territoriale"; orgoglio sociale);

2.     Il diritto alle terre della comunità (attraverso la conservazione e l'indicazione della tomba degli avi);

3.     Legittimazione di interessi settoriali all'interno della società (lignaggio? contrasto di classe? dominio degli anziani?).

In pratica le tre spiegazioni - l'ultima risente dell'impostazione neomarxista di Christopher Tilley, Un. Di Lund - si integrano funzionalisticamente nell'asserzione di Renfrew: "I monumenti fungono da segnali territoriali di società segmentarie". Ogni segmento è un gruppo di persone, un corpo permanentemente autosufficiente, economicamente e politicamente autonomo che esercita un controllo efficace sulle sue risorse produttive. Azzardato? Per Renfrew la transizione da tombe semplici a monumenti complessi segna l'avvento di un controllo politico centralizzato nel Neolitico dell'Europa occidentale. Più comunità indipendenti si erano "consorziate" intorno a centri rituali come Stonehenge e Silbury Hill, per la cui edificazione occorse la forza- lavoro di migliaia di uomini (non semplici e sparuti clans). Malgrado i seri indizi, l'ipotesi rimane tale anche se la si confina al Sud dell'Inghilterra ma la tentazione di allargarla altrove è forte. Molte, infatti, sono le affinità culturali p.e. tra Stonehenge e Carnac (in Francia).

In entrambi i centri è evidente la pratica di un culto solare, di per sé abbastanza aspecifico ed ubiquitario: vi si svolgevano con ogni probabilità cerimonie simili con una processione che percorreva i "viali sacri" per concludersi in un "santuario". I "viali" di Carnac sono litici e costituiti dagli allineamenti est - ovest di menhir: quello di Menec conta circa 1100 menhir su undici file; un'area circolare che si potrebbe assimilare a "santuario all'aperto" è il cromlech, ove probabilmente si arresta l'incedere maestoso e lento dei partecipanti al rito. La visita assai suggestiva si effettua percorrendo la Strada D196 per Auray e richiede circa 4 km di marcia in mezzo ai menhir, in uno scenario di verde, sole atlantico e casette bretoni con tetti di lavagna. A Carnac, per sottolineare l'incedere verso la sacralità e la maestosità del divino, i menhir aumentano d'altezza via via che ci si avvicina al santuario.

La regione inglese del Wiltshire corrisponde per ricchezza archeologica alla Bretagna francese. Qui si trovano concentrati i più famosi "templi solari" all'aperto: Avebury, Woodhenge, Durrington Walls, Stonehenge. L'henge circoscrive un'area circolare come il cromlech (che andrebbe scritto cromlec'h) ma si differenzia dal monumento bretone per la circonferenza segnata da fossati e terrapieni, e per il materiale adoperato (legno per Woodhenge, pietra per Stonehenge). Comunque la pianta e le funzioni dell'henge sono sovrapponibili a quelle dei cromlech e si possono assimilare a "viali" le cosiddette avenues d'Avebury (delimitate da allineamenti di pietre Sarsen) e di Stonehenge (delimitate da argini e fossati paralleli). Celeberrimo è il fulcro di Stonehenge, costruzione megalitica a ferro di cavallo, formata da cinque triliti accostati. Sia Avebury che Stonehenge datano dal tardo Neolitico all'inizio del Bronzo (W. Bray, D. Trump).

Il megalitismo nella vicina Malta

Autoctona, indipendente ma anche affine appare la più volte citata civiltà megalitica dell'arcipelago maltese. I templi furono innalzati tra il 4100 e il 2100 a.C.. da popolazioni sicule che si sovrapposero alla fase di Skorba. Gli edifici templari - cultura dei templi - rispecchiano una tipologia reniforme "assimilabile alle più antiche tombe ad ipogeo di Skorba" (R. Berretti). Gli stessi imponenti ipogei di Saflieni (3300-25000 a.C.), che si articolano su tre livelli e risultano interamente scavati nella roccia, non sono che la trasposizione degli schemi architettonici degli edifici megalitici esterni: ivi si praticava la c.d. incubazione cioè la formulazione di un oracolo da parte di una sacerdotessa in trance. Possiamo immaginare quanto amplificate e solenni dovessero suonare le profezie della sacerdotessa attraverso i numerosi e calibrati fori che attraversano le pareti degli ipogei. Saflieni era dunque contemporaneamente luogo di sepoltura e rituale.

<![endif]>Ci soffermiamo sull'arcipelago maltese per la ricchezza dei rinvenimenti e per la vicinanza con la regione pugliese. Abbiamo già considerato che Malta potrebbe essere un'area indipendente del megalitismo europeo da aggiungere a quelle descritte da Renfrew e il precedere temporalmente quella pugliese in un settore del Mediterraneo disegnato da rotte obbligate rende plausibile l'ipotesi di un influenzamento della prima sulla seconda.

A destra: particolare del tempio di Tarxien.

 Si prenda per esempio la stratigrafia di Tarxien sino alla necropoli bronzea [bronze age necropolis: cimitero a cremazione], la quale presenta strutture sì impoverite ma chiaramente dolmeniche: il commercio era allora attivissimo come attestano le ceramiche egee di Thermi importate sin dal tardo Neolitico e presenti nel livello bronzeo della necropoli. La ceramica micenea è invece reperibile a Borg in Nadur (1450-800 a.C.).  

Il complesso templare di Ggantija (3600-3300/3000 a.C.), che precede Tarxien, è presente sulla sommità di un largo pianoro dell'isola di Gozo, raggiungibile con un traghetto. Tipica della fase di Ggantija è la struttura a trifoglio. I blocchi enormi di calcare a globigerine con cui sono costruite le pareti, risultano convessi all'interno onde consentire maggiore stabilità alle lastre di copertura.

L'edificio meridionale è il più antico e misura circa 1000 mq. con 34 m. di lunghezza; il tempio nord ha un asse di 28 m. e presenta l'evoluzione delle decorazioni spiraliformi (della più recente Tarxien). I massi esterni sono di calcare corallino. Si ritiene che le apparecchiature murarie dei templi maltesi, rivestite internamente di impasto di macinazione (calcare con ocra rossa), sostenessero un soffitto di travi a raggiera su palo centrale con copertura di paglia e pelli (R. Berretti). L'ocra rossa rivestiva anche i defunti inumati.

Alla fase di Ggantija risale anche il tempio di Hagar Qim (3600-3300 a.C.), sito nei pressi del villaggio di Qrendi, in prossimità del mare, a sud e di fronte all'isola di Filfola. Il primitivo impianto di Hagar Qim è impostato su due coppie di stanze absidate, separate da un corridoio: successivamente una camera fu abbattuta per far posto ad un grappolo di quattro nuove celle. L'intero complesso è di calcare a globigerine.

Peculiarità: un gigantesco monolite di oltre 9 m. sul versante nord e delle aperture ad oblò al centro di enormi lastroni litici quali accessi di due camere anteriori. Importanti ritrovamenti: la Venere di malta, statuetta acefala in terracotta di 15 centimetri, che s'inserisce nella tematica europea del culto delle Veneri (v. introduzione); la Signora Accovacciata (Squatting Lady) che segna una fase di transizione tra la Venere di Malta e la Signora dormiente, terracotta ritrovata ad Hal Saflieni. Quest'ultima rappresenta una sacerdotessa in trance?

Vicino ad Hagar Qim vi è il complesso di Mnajdra (3600-3000 a.C.) con tre templi, di cui il più antico è impostato a trifoglio (fase di Ggantija).Da ricordare nel tempio centrale un graffito di incerta interpretazione (prospetto di un tempio? firma del costruttore?) ed un altare con incise una serie di coppelle che si susseguono su linee ondulate (simbologie planetarie?).Qui le affinità astronomiche con Stonehenge sono fin troppo suggestive: da un foro al centro dell'architrave, nei giorni di equinozio, si proietta un raggio di luce che colpisce l'altare principale.

Si giunge così al complesso di Tarxien (3300/3000-2500 a.C.), famoso per i resti della Veneregrassa, di cui residuano le grosse gambe e l'orlo della gonna a grandi pieghe: integra doveva superare i tre metri di altezza. Qui è osservabile una vasta varietà di decorazioni e rilievi ed un evoluto grado di finiture architettoniche. Consta di quattro templi, di cui il più ad est risale alla fase di Ggantija ed ha il pavimento concavo. 

Su di un altare a motivi spiraliformi fu rinvenuto un coltello sacrificale in selce e nei pressi ossa carbonizzare d'animali; vi è anche un altare a motivi oculiformi - lo sguardo della divinità; un altarino con rilievi animali.

Da ricordare ancora un tazzone in calcare, raffiguranti una processione di olocausti (un ariete, un maiale ed una capra), due buoi gibbosi ed una scrofa che allatta tredici porcellini (simboli di forza e fertilità).

Le ultime fasi, Saflieni e Tarxien, pur rappresentando l'apogeo stilistico dell'architettura megalitica maltese, contengono i germi della decadenza del popolo costruttore dei templi megalitici. Aumento del clima secco, minore fertilità dei suoli, forse eccessivo potere della classe sacerdotale, scarsità di cibo ed aumento delle malattie: a tali fattori di decadenza si aggiunge la grande invasione di un popolo proveniente quasi sicuramente dalla penisola salentina, con caratteristiche dolicocefaliche - i costruttori dei templi erano brachicefali. La cosa strana è che non ci sono vistose tracce della nuova civiltà che aveva una forza tecnologica in più, il bronzo, ma scarsa inclinazione all'architettura. Qualcuno afferma che il vecchio popolo fu tradotto altrove ma non ci sono prove. Certo che se così fosse, si avrebbe un indizio circa il trapianto megalitico da Malta in Puglia, ove difficilmente si ritiene autoctona tale cultura. Ma le ipotesi sono una cosa e la fantasia un'altra. n(a.m.)

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